APOCALISSE. INTERVISTA A FRANCO “BIFO” BERARDI, DI PAOLO POLVANI

Apocalisse.
Intervista a FRANCO “BIFO” BERARDI,
di Paolo Polvani

  

   

Franco “Bifo” Berardi

Nel tuo libro Apocalisse un verso dice: “Soltanto voi potete / solo voi ragazzini / vi potete inventare / una sceneggiatura”; ricorda Il mondo salvato dai ragazzini, pubblicato nel ’68, e ha un illustre antecedente in Resurrezione di Tolstoi, quando il protagonista Nechljudov nelle pagine finali leggendo brani del Vangelo di Matteo s’illumina davanti alla frase “se non diverrete come fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli”. Dunque sono i ragazzini il nuovo soggetto politico capace di vera trasformazione?

Mi viene in mente un film di una regista libanese, Nadine Labakis (il titolo del film è Cafarnao). E’ la storia di un ragazzino di dodici anni di nome Zain, siriano rifugiato a Beirut con la famiglia: il padre depresso dorme tutto il giorno nel tugurio in cui sono riparati, la sorella costretta a sposare un uomo che non le piace per evitare di morir di fame. La storia di Zain è spaventosa, come quella di milioni di ragazzini rifugiati, esiliati, scappati, migranti. A un certo punto lo ferma la polizia, lo portano davanti a un giudice e Zain chiede al giudice di poter denunciare i suoi genitori. Perché?
Perché mi hanno messo al mondo.
Una storia da cui traiamo la lezione più amara ma anche più vera: che procreare sia oggi il crimine più efferato, più egoista, più irresponsabile (mi scuso se offendo la sensibilità di qualcuno).
Chi mette al mondo oggi deve sapere che sta generando un infelice che non ha molte probabilità di vivere una vita non dico felice ma tollerabile.
Ecco chi sono i ragazzini: le vittime dell’ossessione di continuare a tutti i costi la razza umana, mentre ora il genere umano non ha più ragioni di continuare.
Guarda le foto che mando nell’attachment. Un gruppo di bambini dietro un filo spinato. Solo ad Auschwitz, a Dachau, a Treblinka si vedevano scene così. Qui siamo al confine tra due paesi nazisti, la Polonia di Kazinski e la Bielorussia di Lukachenko.

Ma tutta l’Europa è nazista. E’ unita come lo era nel 1941, quando Hitler aveva conquistato sia Varsavia che Parigi. Noi facciamo finta di non saperlo, ma uccidiamo ogni giorno uomini donne e bambini per annegamento nel mar Mediterraneo.
L’Europa è un continente di belve feroci che hanno aggredito e distrutto la Siria, la Libia, l’Iraq l’Afghanistan, e oggi respingono milioni di disperati cui l’aggressione bianca ha tolto ogni speranza di sopravvivere.
Il movimento Friday for future può mettere in moto un processo di trasformazione?’ Non lo so. Certamente quel movimento è la coscienza di un’apocalisse ormai in corso.

   

Paolo Polvani

Nella pagina finale è riportata questa frase: “i migliori non credono più a niente mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità”. Ho scoperto successivamente, in Caos e poesia, trattarsi di un verso di Keats tratto dalla poesia The second coming, cui fa seguito la tua frase “la fede nell’appartenenza è il falso terreno dell’intensità appassionata”. Non pensi che messa lì, in fondo a un libro sull’Apocalisse, possa far pensare a un tanto peggio tanto meglio? che possa suscitare confusione nei ragazzini?

Scusami questi non sono versi di Keats (melenso poeta romantico) ma di William Butler Yeats, un poeta socialista e cristiano irlandese. Ha scritto quella poesia nel 1919, dopo la guerra mondiale.

La confusione nella mente dei ragazzini credo che nasca da otto-dieci-dodici ore al giorno di connessione con la fantasmagoria mediale, non dalla lettura di due versi di Yeats.
Le parole di Yeats sono disperate, e la disperazione è un antidoto contro la demenza pubblicitaria o nazionalista.
Comunque questo non è un libro sull’Apocalisse (non esageriamo) è una specie di poemetto grafico ironico e profetico. I ragazzini hanno bisogno di ironia, non di (falsi) buoni sentimenti.I buoni sentimenti sono diffusi dalla politica e dalla pubblicità per fregare la gente. Preferisco diffondere disperazione piuttosto che speranze pubblicitarie.

   

Tu scrivi che solo un’alleanza tra l’ingegnere e il poeta potrà fermare lo scivolamento dell’umanità verso l’auto-eliminazione. Si tratta di una prospettiva molto interessante oltre che necessaria, ma come credi che possano saldarsi le consapevolezze dei poeti e quelle degli ingegneri?

Non lo so. Per alcuni decenni il movimento si è posto questo problema. Nel ’77 il tema era proprio: come si può creare un’alleanza tra l’ingegnere e il poeta. Radio Alice fu una risposta a questa domanda.
Poi ci fu Internet, e là poeti e ingegneri hanno lavorato insieme.
Poi il movimento che nasce dopo la crisi del 2008, quel movimento che si chiamò Occupy ripropose il tema di un’alleanza tra immaginazione e lavoro tecnico.

  

A pagina trenta di Apocalisse tu scrivi: “Piuttosto che la triste Apocalisse del lavoro precario e della guerra meglio l’Apocalisse accesa coi fiammiferi che ho comprato qui sotto nel negozio”. E a pagina centoventidue di Respirare scrivi: “penso che in fondo il senso dell’autonomia sociale non stia nell’attivismo ma nel passivismo”. Sembrerebbero due frasi contraddittorie o mi sbaglio?

La soggettività sociale si è espressa in maniere contraddittorie negli ultimi anni, questo è vero. Esplosioni insurrezionali come quella del Cile nell’autunno 2019, l’esplosione insurrezione delle città americane nella primavera 2020, dopo l’assassinio di George Floyd. Ma al tempo stesso un’ondata di depressione, di solitudine, di vera e propria disperazione.
Io credo che questa sia la tendenza che prevale nella soggettività post-pandemica: la disperazione, il sentimento di non poter più fare nulla. Il fatto è che questa è la verità pura e semplice. Non possiamo più fare nulla. La democrazia è morta e sepolta, la volontà non è più in grado di produrre effetti reali perché la potenza degli automatismi tecnici e finanziari è superiore a qualsiasi sforzo umano.
La pandemia ha svelato questa impotenza. Il fallimento del COP26 di Glasgow costringe ad ammettere che la politica è del tutto incapace di governare la complessità iper-veloce, il caos. Il caos ha vinto.
Ma il caos può essere un nemico, come può essere invece un alleato, se siamo in grado di capirne il significato. Il significato del caos contemporaneo è che abbiamo corso troppo veloci, ora dobbiamo fermarci.
Io parlerei a proposito di una vera e propria psico-deflazione, uno sgonfiamento della tensione psichica che può produrre un’epidemia depressiva e suicidaria soprattutto nella generazione dei giovanissimi (la generazione che in maniera un po’ iettatoria viene definita “generazione Z” (come per dire che dopo di loro non ci sarà più nessuno). Può provocare un’epidemia suicidaria, ma potrebbe invece permetterci un abbandono del ritmo cui il capitalismo ci ha costretto.
Abbandonate ogni speranza, rilassatevi. Questa potrebbe essere la cura, la terapia, la strategia.

In termini psicoterapeutici e psicopolitici io direi che dobbiamo ripartire proprio di qui: non possiamo fare niente, dunque non facciamo niente.
Quattro milioni e mezzo di operai americani non sono tornati al lavoro dopo i lockdown. Un’ondata di assenteismo massiccio, il più grande sciopero passivo della storia. Io leggo questo fenomeno, che gli economisti non sanno come spiegarsi, in termini di auto terapia. Rifiuto del lavoro massiccio.
La terapia è semplice: rinunciamo, rassegniamoci, scateniamo un’ondata di passività di massa.
Non lavoriamo, non consumiamo, non partecipiamo, non procreiamo.
E’ la sola via che permetterà di contrastare la devastazione climatica, che arresterà l’ondata di panico, che permetterà ad alcune comunità umane di uscire dal dominio soffocante del neoliberismo. Rifiutare qualsiasi partecipazione alla macchina globale.
E’ una strategia della rassegnazione, se vuoi. Ma la parola “rassegnazione” non va intesa solo nel senso (rispettabile) della resa cristiana di fronte alla volontà di Dio.
Va intesa come “resignation” (dimissioni dal lavoro, abbandono della partecipazione).
E anche come re-signification, nuova significazione dei gesti, delle parole, delle attese.

   

Adesso che all’interno della pandemia pare si stiano aprendo spiragli che legittimano qualche forma di speranza, ti sembra che il panorama complessivo sia mutato? e in quale direzione?

Io non vedo nessuno spiraglio di speranza.
La parola speranza mi pare una parola pubblicitaria, falsa.
Quale sarebbe la speranza? Il nazismo europeo che chiude la porta di fronte a folle di migranti che muoiono di freddo dopo che le loro case sono state distrutte dalle guerre americane e occidentali?
La terza dose del vaccino per i vecchi della razza bianca mentre in Africa i vaccinati sono il 10%?
Il rifiuto di Big Pharma a sospendere la proprietà sui vaccini?
Il decreto pensioni del governo Draghi che costringe i lavoratori a prolungare il loro tempo di lavoro mentre le morti sul lavoro crescono di numero?
L’imposizione della norma Bolkenstein che privatizzerà i servizi pubblici locali?
Di che speranza stai parlando, amico caro?
Io vedo solo disperazione, e la disperazione è il prodotto di quaranta anni di politiche neoliberiste che la sinistra ha favorito.
Io vedo solo devastazione crescente dell’ambiente.
Vedo che le centrali di carbone dovranno essere riaperte perché altrimenti si bloccano intere regioni, come è successo in vari paesi del mondo in questi ultimi mesi.
Vedo che l’alternativa è tra morire di cancro o morire di fame, come ha detto una donna del quartiere Tamburi di Taranto. Tutto il mondo adesso si trova davanti a questa alternativa: morire di fame perché dobbiamo chiudere le miniere di carbone, oppure morire di cancro a trent’anni come capiterà alla generazione che oggi protesta contro il cambiamento climatico?
Se riesci a spiegarmi quali sono i segnali di speranza di cui parli, te ne sono grato.


 

 

Franco Berardi, detto Bifo (Bologna, 2 novembre 1949), è un filosofo, saggista, teorico della comunicazione ed attivista politico italiano.

    

 

 

 

One thought on “APOCALISSE. INTERVISTA A FRANCO “BIFO” BERARDI, DI PAOLO POLVANI”

  1. C’e` del vero in tutto quanto elencato da Bifo, ma c’e` anche del limitato, il limite e` il pessimismo; il pessimismo va a confluire nel concetto di rinuncia; se questo deve essere l’epilogo, allora a cosa e` servito coltivare la propria liberta` di pensiero e la propria ricchezza culturale, fatta fra l’altro anche di informazione ? Tanto varrebbe rincitrullirsi davanti a uno schermo che trasmette immagini di parassiti che si annoiano confinati in un appartamento e speranzosi che questa visibilita` li faccia entrare di diritto in un mondo di opportunita` ben retribuite; oppure tanto varrebbe spegnere la corrente in vaste aree cerebrali mantenendo in funzione solo quelle finalizzate al tifo sportivo (oltre a quelle necessarie alle funzioni vitali), facendo bene attenzione a non lasciar trapelare dalle zone buie il dubbio sul reale motivo per cui si dovrebbe gioire e patire seguendo le alterne fortune di gente che non ha niente in comune con noi (nemmeno etnicamente, se a questo si vuol proprio dare un significato). Non posso offrire io una brillante soluzione, ma se quest’ultima esiste, e sono convinto che esista, semplicemente non riusciamo a vederla adesso a causa di una visione velata o di un orizzonte limitato; non e` certo il pessimismo che potra` aprire nuovi orizzonti; l’insoddisfazione, a volte anche la rabbia, si`. Almeno credo.

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