Rileggendo Massimiliano Chiamenti, di Francesca Del Moro

Rileggendo Massimiliano Chiamenti, di Francesca Del Moro.

   

   

Da quasi dieci anni scrivo poesie su di te. O meglio, a te. Ti penso. A volte, ti parlo anche. Rivedo quello che tu chiami il tuo “pallore che scivola tra i portici”. Mi aspetto di vederti sbucare da dietro l’angolo e preparo già le prime parole che ti dirò. Ti ho letto accanitamente e ti ho imitato. Ma ora che è arrivato il momento di dedicarti un bell’articolo per dire “ciò che mai non fue detto d’alcuno” non riesco a buttare giù una frase decente. È che non mi viene di parlare di te in terza persona, non posso non dico vivisezionare ma nemmeno anestetizzare il corpo della tua poesia per guardarlo da ogni lato e illustrarne i dettagli. È un corpo troppo vivo, vicino, mi abbraccia e mi commuove, confonde il giudizio, infiamma le parole.

È difficile trasformare l’amore in un’esposizione il più possibile obiettiva di meriti letterari. Non vorrei inoltre rischiare di finire sulla lista di quelli che dopo la tua morte ti hanno santificato, “perfino gli accademici, che ti hanno sempre schifato” (tranquillo, non è andata così).

   

Ti ho amato alla follia e ti amo, da vivo e da morto, anzi non riesco a tracciare un confine tra le due cose perché è troppo viva la tua poesia, e tu con lei. E io mi sento più viva ogni volta che ti leggo, e penso che stia proprio in questo la grandezza dell’arte. Rendere più viva la vita. Far sì che l’anima ingigantisca in tutte le sue parti, come ha appena detto Leopardi con la voce di Elio Germano in questo film che avrei dovuto vedere insieme a te. Mischiavi spesso i suoi versi con i tuoi, scegliendo un semplice corsivo per differenziare le sue parole. Avevi il cuore diviso tra lui e Dante, senza dimenticare Amelia, gli inglesi e tanti autori di canzonacce rock.

Ho letto solo poeti ultimamente: subito prima di tornare a te Sereni, Pagliarani, Artaud e Szymborska. Ci sono molte orecchie a segnalare le poesie che mi piacciono, ma non così tante come in questi tuoi libri che rileggo gonfiandoli e rovinandoli. Che rileggo ora per studiarti invano. Cosa dire del tuo stile? Rimando chi vuole saperne qualcosa alla tua “forma”, che copio qui sotto. Ti leggo e i miei pensieri sono spezzati dalla nostalgia. Nostalgia delle stanze dei centri sociali, dei locali invasi dalla techno, degli appartamentini con i cazzi neri e la pasta piccante, delle cucine dove si va a caccia di barattoli di olive, delle dark room piene di corpi sudati e sperma e pervase dal bisogno di abbracci e tenerezza. Nostalgia di questi posti dove non sono mai stata.

Mi mancano le discussioni sulla letteratura, sulla nostra schiavitù, sugli sguardi ipocriti e borghesi, sulla solitudine e il desiderio di rivolta. Discussioni che non abbiamo mai avuto. Quante ore abbiamo condiviso? Tutte insieme non arriveranno a fare una settimana. Ma è nei tuoi versi che ho vissuto con te, invidiandoti l’ostinata giovinezza, la tensione verso un sogno di pienezza e libertà. Un sogno di amore, come quello che avresti insegnato a tuo figlio se lo avessi avuto, un amore “senza contagocce senza ricatti senza se e senza ma”. L’amore che risuona ovunque nelle tue parole, anche quando parli di droga, vomito, merda o malattia, l’amore che supera la rabbia, la paura, la persistente malinconia, perché si può trovare la felicità nella terra che rifiorisce, nelle guance arrossate dal piacere, in un bicchiere di vino offerto per gentilezza o al riparo di un’ascella nella notte.

L’amore che è quello che resta, che non potrei tradurre in nessuna analisi senza tradirti. Che lascio qui, con il suo nome che si impone, subito prima dei tuoi versi.

     

forma

questa pare dunque
essersi cristallizzata
come la mia forma
poetica
riconoscibile:
una ventina di versi
brevi anzichenò
pochissimo punteggiati
sempre
senza maiuscole
a metrica sillabicamente libera
ma con un certo ritmo musicale;
poesie e non prose
sempre a metà
tra gnosi
e lirica
a metà
tra note di diario
e manifestino
eversivo
influenzate
da dante
da leopardi
dai poeti dell’inglese
e da un trilione
di canzonacce rock

***

parlando di cattelan

è un’altra delle vie vietate
non il ghetto dei tossici stavolta
ma quello dei neri extracomunità
ancora un’altra porta che si apre
ancora un’altra area non perbene
ma con me ospitale e accogliente
un bel cazzo nero la pasta piccante
tinelli e camerette come al solito
il lettone rifatto dall’amica
arte e conversazione bevendo vino
rifugio sotto l’ascella finalmente al sicuro
la mattina al risveglio non sono solo
dal sud del mondo arriva un odore
che sa di casa di mio

***

pensiero

non ho più paura
di morire
né ho più voglia
di fare fotografie
rimarranno i miei versi
so che qualcuno
li leggerà
e mi rim-piangerà
troppo tardi
come avviene
sempre
con i morti
quando sono morti
e non possono tornare più
accanto
né parlare
né ridere

***

senza titolo

no non scriverò un romanzo
non ho difatti né lena né costanza
né sufficiente stoffa
anzi quella la risparmierò per i vestiti nuovi
di cui vorrei l’armadio pieno
e poi non ho la disciplina necessaria
che lascio ai militari
e ai ladri
che devono studiare bene alibi e mosse
io non aspiro più
alla pilla ricavata da gran vendite
e alla gloria solo effimera
che portano i best sellers
preferisco di gran lunga
di verde alloro una corona
un posto accanto ai lirici
nel parnaso dei più grandi
quando cenere saranno le top ten di vendite
cenere le ossa mie e quelle degli affabulatori
cenere i corpi palestrati degli dèi televisivi
e resterà solo la voce arcaica del cantore
il tintinnare dolce di liuti flauti e cembali
e così insieme a dante omero e giacomo leopardi
io liberò felice ai superi
con i calici di ambrosia

***

la farfallina notturna

non scrivo mai così di getto
dentro il rettangolo di una mail
ma devo risponderti subito
o i pensieri se ne vanno
il fatto è
che una farfallina notturna
si è posata accanto al computer
e potrei ucciderla con un dito ora
è scema e ignara
o sa che non la ucciderò?
non è una bella farfalla colorata
ma una piccola sgorbietta
del colore di una cimice
se ne va in giro la notte
per quelle quattro o cinque notti
che dura la sua vita
me lo ha detto anche il pizzaiolo
quello egiziano con due mogli
che io non farei male
neppure a una mosca…
ma non sono buono
sono solo incapace
che uomo fragile che sono…
verrò spazzato via
e finirò nel rusco
notturno effimero io
come l’animaletta
che sta immobile
qui ora
sul tavolo di legno
accanto al cellulare
e al posacenere
e sembra come me intenta nello schermo

***

la madonna nera

perché anche i duran duran dalla radio
hanno superato il tunnel del giro boia di boa
del millennio
così, è un gioco che faccio ultimamente
di vedere chi c’è rimasto nel secondo atto
dopo il grande crollo
faccio la conta e dico:
“beh, io ci sto, e freak, e paolo poli;
tondelli, pazienza, bellezza, freddy e cobain
invece non ce l’hanno fatta
però bowie sì – anche se è di quelli
invecchiati male come me –
fiumani presente…
i depeche mode e i cure ci stanno…”
io mi dicevo pure rimuginandoci…
insomma non so se ho ricordato tutti nell’appello
ma un po’ di ordine andava fatto
e sì insomma la musica
e sì se devo dire di qualcosa
che per metafora assomigli a dio
direi la musica
non che in dio io ci creda
ma diciamo così come modo di dire
che la musica è il modo in cui
mi immagino il paradiso
dove il corpo è lasciato al guardaroba
e si entra così vestiti di nientezza
o si resta solo tra i neuroni dei viventi
il dna dei figli le proprie opere e poco più
così la bambina beata sulla spiaggia
quasi nera quanto l’icona veneranda
ha già capito che suo
evangelicamente
è questo mondo
dove ciò che non è giovane, femmina e nero
ha in sé i germi della morte
“io sono come questa roccia”
recitava con la sua boccona l’attrice matrona nera
al recital dell’altra sera
e così voglio sentirmi anch’io
viventi peraltro in me
enormi reti di memorie e nostalgie
come le reti di pescatori sulla duna
sei conchigliette sull’acciottolato
e sì – ormai mi hai convinto –
questa fissazione con l’ego è solo una pugnetta

***

di nuovo

sono finito di nuovo qui
l’ennesimo comunale nosocomio
ma stavolta ancora più guarnito
da cancelli e sbarre
questa volta di nuovo devo fuggire da me stesso
dalla mia unica passione linfa del mio magma sanguinante
e fuggo nella mia camera
come da piccolo quando i cosiddetti grandi
presidiavano il salotto
e io mi rifugiavo allora in uno spazio angusto
ma almeno certo e chiuso da tre lati
e sufficiente al corpicino
ora i grandi nella sala comune
sotto l’altare del televisorone
non sono più servizievoli enti bonari
immaginati perfetti e imperituri
ma residuati di galera
rapinatori sfortunati pusher malmenati
tossici intossicati ormai solo di medicine e sciroppini
e io mi rifugio allora proprio come allora
in camerina da te amelia
o amelia ti vedo nella fotina grigia dell’antologia
con i tuoi occhi stralunati
anche tu che tremi terrore nei tuoi versi
che sfilzi serie ospedaliere di distici e degenze
e troppo brutta e troppo colta per avere amici
amelia perché ti sei buttata quel giorno
dalla finestra di piazza navona
che me lo ha raccontato un giorno dacia
che nel libro segue a pagina nuova
ma la sua foto è grande ed ella sorridente
che me lo ha detto sì me lo ha detto proprio dacia
che ti veniva a trovare
ma tu dicevi che ti metteva del veleno nel bicchiere
e invece a me per precauzione hanno messo quelle sbarre al muro
e queste sbarre nel bicchiere
che così bevo sonno e bevo noia
e bevo la non voglia e la non forza
di arrampicarmi al davanzale come la tosca o come te
e finalmente volare nel cielo felice?
ma tu amelia non rispondi
perché sei solo inchiostro sulla carta
e io sono solo un miscuglio chimico
le anime le hanno inventate i preti
di comune accordo agli infermieri
per inchiodarci meglio i corpi ai letti
e libero resta allora solo lo sguardo
che si posa spesso su quell’unico visibile angolo di fronda
che indifferente a tutti questi orrori ondeggia alta
molto più in su di me di te dell’edificio delle unghie smaltate e dei decoder

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Sabato 29 novembre, alle ore 19 presso il locale 100300, in via Centotrecento 1 a Bologna, ricorderemo il 47esimo compleanno di Massimiliano con un evento di poesia e musica dedicato all’opera inedita “Di&con Daniele”. Con Lorenzo Romanazzi, Alessandro Brusa e Mario Sboarina. A seguire microfono aperto per letture e ricordi di Massimiliano.

                   

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