da Cantico di stasi di Marina Pizzi

da Cantico di stasi (2011-2014) di Marina Pizzi.

   

   

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.

SAMSUNG DIGITAL CAMERAHa pubblicato i libri di versi: “Il giornale dell’esule” (Crocetti 1986), “Gli angioli patrioti” (ivi 1988), “Acquerugiole” (ivi 1990), “Darsene il respiro” (Fondazione Corrente 1993), “La devozione di stare” (Anterem 1994), “Le arsure” (LietoColle 2004), “L’acciuga della sera i fuochi della tara” (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008, selezione),  “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010), “Ricette del sottopiatto”(Besa, 2011) “Un gerundio di venia” (Oèdipus, 2012), “La giostra della lingua il suolo d’algebra” (Edizioni Smasher, 2012);

Le plaquettes: “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).

Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura.

Ha vinto tre premi di poesia.

Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno.

Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista “Poesia”. E’ tra i redattori del litblog collettivo “La poesia e lo spirito”, collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”.  

Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco. 

***

5.

ho imparato a giocare con le statue
in grandi mari a tuffarci insieme
inguine di donna la marea
sotto la guerra di perdere i bambini
in preda alla resina dei barbari.
in mezzo all’avarizia della bara
sono rimasta cenere sgraziata
dai sassolini dei venti più potenti.
in mano alla paglia dei falò
da viva imparai le ceneri
le belle faville che non smettono.
i cortili dei vivi avevano altarini
acquitrini per i pesci rossi
non peccatori i miti degli amori
aperti a mo’ di libri sui davanzali.
in barca sulla fronte dell’anarchia
la chela del granchio non osò toccarla
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.

*

9.

mi metterò l’occaso in riva al sangue
e capirò perché la luna è piena
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
della pena gravita una roccia. dove da oggi
è turno di scempio prestare il rantolo
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
omuncolo regalo assiomi miracolosi
d’asma. eppur domani sia consono
il re del soqquadro per la caligine
del retro stato. un fato di nebbia
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
un enigma se la storia è dio. è da sùbito
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
e la darsena si acclude all’osso di sterco
al comignolo che ottura il cielo
verso la rottura col mito. in fase maschia
non sarà riscossa espugnare il rantolo.

***

23.

al cospetto del cipresso voglio andarmene
alunna senza la cornucopia della gioia
in mano alla stazione della veglia
dove galleggia la fioca giostra della strada
e si danneggia l’agave bonaria
e l’aloe patteggia la dimora.
invano le frescure della notte
ingannano il talismano reso cieco
dalle asme vigliacche delle ciotole.
le cure vandaliche del cosmo
disperano le rotte del fantasma
le migliorie del falso per i mozzi.
in terra d’ascia le fanciulle estreme
dimostrano che l’inguine è la forza
abbreviata del cielo. imposta l’ombra
all’acuir del bavero il vento si troneggia.
il compleanno del frutto è sotto
stasi d’edera. nulla si accredita
alla faccia dell’ambulante. qui si muore
in palio di giocata dove la rotta spande
secoli di secoli e la mania esercita
vendetta. il panico già liso della fronte
intonaca la curva della morte.

***

46.

dica di me l’orazione funebre
la squallida via della stazione in sé
dove s’incalza la darsena in rovina
e la sentinella del bacio non sa danzare
la rotta verso il secolo senile.
uncinata la pelle si dà al rantolo
al peso marmo della scalea in aiuto
tanto per non flettere la vita.
qui intorno al letto stiamo senza dare
la mano della tonica fortuna
né la dacia per tornare in corsa.
già qui si abbatte l’eremo del sale
la terra vuota senza emozioni
né vezzi per le rondini girandola.
in pace con l’acido del diavolo
velo nel docile sudario
il volto magro del tuo rigido dormire.
invece morta gronda la tua sfinge
figliolanza del gelo per rottamare
chi fosti stimolata dalla gioia.
muore marina la resina del fatuo
tuo addobbo di madre giovane
in fato con la gloria di non essere.

***

85.

… Di conserva il fato della morte
Trattiene il sole in una vasca di fango
Gola di stato l’arsura terribile.
Domani il girotondo della favola
Avrà il saluto della sfinge nera
Le gare a frottole d’andarsene
Insieme per sempre coniugati.

                     

IF

 

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