ESILIO DELLA RAGIONE. RACCONTO DI EMANUELA RAMBALDI

Esilio della ragione.
Racconto di EMANUELA RAMBALDI

    

   

Clara

Che fa questo sfigato, mi aveva detto di avere i soldi e ora non li trova, sbrigati, dico, non posso aspettare tutto il giorno per una dose. Mi guarda, con quei suoi occhi da cerbiatto investito da un SUV, amore (quando mi chiama amore vorrei morderlo) non li trovo, forse li ho persi.

Forse non li hai mai avuti, dico io, fesso tu – e io fessa, che sto qui ancora a credere alle tue promesse, che la nostra vita cambierà, che tutto andrà bene, che i nostri giorni d’ora in poi saranno tutti giorni felici. Che i piccoli torneranno a casa. Che i servizi sociali ce li riporteranno.

Magari la nonna ha qualche spicciolo nella zuccheriera.

Poverina, dico. Quella non sa neppure se è al mondo. Lasciala stare.

Tutte le vecchie tengono i risparmi in casa. Non si fidano delle banche.

Fanno bene, dico. A non fidarsi delle banche. Io invece mi sono fidata di te, non si può essere più scemi di così.

Vado a vedere. Lascia sempre la porta finestra della terrazza socchiusa. Ci metto un attimo. Do un’occhiata in giro. Se non trovo niente torno subito. Non voglio spaventarla.

Se non trova niente lo sbrano. Ma no, se ti vede capace che le piglia un colpo. Lascia perdere. Chiamo la Patty. Magari lei ha qualcosa da parte.

Non fare la cretina, quella lo sai che ti tira di nuovo dentro in quel suo giro strano.

Lo guardo. A volte sembra persino che ci tenga davvero a me. A noi. Fare i soldi con la Patty è facile, persino troppo.

Dobbiamo convincerli che possiamo fare i genitori. Non fare cazzate.

Perché è così importante ora riprendersi i piccoli? Perché ci sembra sia questa ora la nostra zattera? Perché ci siamo aggrappati a quest’idea assurda?

Siamo due balordi. Non saremo mai due genitori.

Molti genitori sono balordi, anche più balordi di noi.

Ma non si fanno come noi dalla mattina alla sera.

Lo guardo. Cosa vedo?

   

Elisa

Lo guardo. Cosa vedo? Un uomo di mezza età, ancora affascinante, con una deliziosa propensione  per  il piacere fisico.  Abbandonato sui cuscini,  mi guarda  mentre mi riallaccio il reggiseno. Eccomi. Marion Crane/Janet Leigh dopo l’ennesimo incontro d’amore nella pausa pranzo. Ma non ruberò 40.000 dollari, questo è certo. E non perché non sia abbastanza innamorata o abbastanza folle, ma perché non avrò occasione di farlo, mai. Al reparto salumi non girano soldi, solo carne morta da affettare per clienti esigenti, un po’ sottile, alta due dita, da fare a dadini, faccia lei, è un po’ di più, lascio? No. Non lascio. Non posso farne a meno, di queste ore, in questo appartamento popolare, in un condominio di periferia, a fare sesso con un uomo con cui non dividerò mai nient’altro che questo. Sembra poco? Forse. Forse non lo è.

Guardo fuori. Mi piacciono queste case, che sanno di operai, di piccole fughe in avanti, di figli da mettere a posto, perché non finiscano come noi, che ci siamo stancati, ma anche noi, alla fine, abbiamo avuto la nostra parte, e loro cosa avranno? Mi ricordano la mia infanzia, il cortile, lusso che oggi nessuno conosce più, libertà suprema, che oggi questi bimbi ingabbiati negli orari fissi, scuola, compiti, piscina, non conosceranno mai. Ma poi, che importa. Non ho figli, io. E gli altri – grazieadio – sono figli degli altri, delle famiglie felici.

Che fa quello? Scavalca la terrazza. Ehi, c’è uno che scavalca una terrazza. Lascia perdere. Ma no, davvero, che fa quello scemo? Non ti impicciare. Ma cosa? Chiamo i Carabinieri.

Cara, mi dice, il mio avvenente uomo di mezza età, con il quale condivido ogni mercoledì questo letto disfatto, cara, mi dice, lascia perdere. Ricorda, non dovresti neppure esser qui.

Non dovrei, infatti. Dunque perché ci sono. Le cose che non dovrebbero essere fatte, non dovrebbero essere fatte. Tutto qui.

Chiamo. Pronto. Ecco. Dica. Non mi faccia dire. Dico. Nome, cognome. Detto. Se detto è troppo, se ci saranno conseguenze, che nessuno si dia pena. Ho chiamato io. Da dove. Non si sa. Riposa. Sprofonda sui cuscini. Che sanno di me, che sanno di questo amore. Da dove viene. Che ne sai tu. Ora che vado.

   

Sonia

Vado. Ora che lei è qui, io finalmente vado. Le mie due ore di libertà, dal lunedì al venerdì. Ore d’aria. È arrivata, dunque, la figlia, con la sua aria di una che sa, superiore, con quel suo sguardo come a dire, tu chi sei, da dove vieni, cosa ne puoi sapere, come trattare mia madre, come se io non l’avessi avuta una madre. Dolce, calma, non come la sua. Soffocata dal freddo e dalla neve in una fattoria immersa in un paesaggio bianco da far male agli occhi. Le mucche. Le mani irrigidite dall’artrite. Chi si prenderà cura di loro, mi sussurrava mentre le tenevo la mano, promettimi di non lasciarle sole. E io ho promesso e il giorno dopo l’ho tradita, ho preso un pullman e sono fuggita. Che figlia. Ha ragione, la figlia. Che figlia sono stata. Ho mentito. Mentre lei se ne andava, mi abbandonava. Non potevo prendermi cura di niente e di nessuno, potevo solo fuggire.

Mi chiede. Ha mangiato. L’hai cambiata. Domande. Sono qui per questo, per nutrire, accudire, per rispondere alle domande. Avete bisogno di noi, voi figlie dell’Occidente.

Alla fine, penso sia una fortuna, perdere sé stessi, lasciare che la vita ci scorra davanti, senza che noi dobbiamo più decidere nulla. Alla fine, è meglio così, Vittoria, che la tua mente sia svanita. Cosa resta di te. Un corpo gracile, un’anima vuota. Che importa. Sono qui. Sono venuta da molto lontano, apposta per te. Non è paradossale? Abbandonare per ritrovare?

Ma lei, la figlia, rivendica un ruolo. Se sei figlia, allora resta. Io vado. Ricerco la mia vita fuori da questa casa che sa di chiuso e non perché non apro abbastanza le finestre, ma perché qui tutto ha limiti, muri, sbarramenti. Non così, a casa mia, non così. Allora c’erano solo paesaggi sterminati e campi a perdita d’occhio e linee d’orizzonte nette, tagliate col coltello. Casa. Parola vuota. Parola colma di rimpianti.

Ravioli al sugo di pomodoro, dico. Tutto quello che ho dovuto fare è tagliare una busta. Questo non lo dico.

Vado, dico. Ha mangiato.

    

Vittoria

Ho mangiato? Sonia mi ha detto di sì, ma io non sono mai sicura. Non sono sicura di niente. Da dove viene, Sonia? Non lo ricordo più. Da lontano, comunque. Mia figlia dice che non ci si può fidare di chi viene da così lontano. Che ha lasciato i parenti. Non so. Le chiedo. Hai figli? E il marito, ce l’hai un marito? Cosa ci fai in casa mia? E lei, gentile, sono qui per prendermi cura di te. Ma io non ne ho bisogno, rispondo. E la guardo negli occhi e gli occhi sono così dolci, e io mi perdo.

Mi prepara da mangiare. Cosa? Non sembrano piatti stranieri. Hanno un sapore conosciuto, buono, buono alla fine. Ma non mi ricordo mai di chiederle il nome dei piatti che cucina.

È tranquilla, Sonia. Mi accompagna al parco, a dar da mangiare alle oche. Ci incamminiamo dopo esserci infagottate ben bene, perché è freddo, dice. Non come a casa sua, che è un posto ancora più freddo di questo nostro freddo, che non le fa paura. Ecco. Non ha paura, Sonia. Una che viene da così lontano, dice, non può averne. Ha fatto il viaggio in pullman. Ore su ore su ore, e non sembrava arrivare mai. Io ho sempre paura di tutto, invece. L’ho sempre avuta. Di cosa, mi chiede, di cosa hai paura. Di tutto. Ma soprattutto, ho sempre avuto paura del domani. Ogni rumore mi fa sussultare. Non so perché. Non hai nulla in casa da rubare, la pensione tua figlia te la mette in banca. Se mai qualche spicciolo, da qualche parte, non ricordo neppure più dove. Forse in qualche barattolo della dispensa. Se mi ricordassi dove li ho messi, potrei darli a qualcuno che ne ha bisogno. Mi è sempre piaciuto aiutare. Quei due ragazzi che abitano di fianco, per esempio. Li incontriamo a volte, mentre usciamo per la passeggiata. Hanno l’aria smarrita. Gli occhi come se si fossero appena svegliati. Uno di questi giorni chiedo a Sonia di invitarli a bere il tè. Si usa ancora? E chiedo di comprare qualche biscotto al supermercato qui di fronte. Qualche biscotto particolare, straniero magari, come lei.

   

La notizia

Tentato furto in pieno giorno sventato dal pronto intervento dei Carabinieri.

Non ci si può fidare di nessuno, neppure dei vicini di casa. Ieri, alle 11.30, Fabio G., nato a Casal di Moggia, ma residente da tempo in città, scavalca la terrazza della vicina Vittoria M., al piano terra di un palazzo popolare in zona San Pio e tenta di forzare la porta a vetri.

L’ignara vicina, un’ottantenne affetta da demenza senile, era in poltrona davanti alla TV al momento del fatto e la badante Sonia C., di origine slava, era uscita a buttare la spazzatura.

Proprio quel momento il vicino di casa, che ovviamente studiava da tempo i movimenti della donna, armato di piede di porco, ha cercato di sventrare la porta della terrazza per entrare e rubare l’importo della pensione della povera anziana, appena ritirata dall’ufficio postale. Fabio G., già noto alle forze dell’ordine, con vari precedenti per spaccio, non ha esitato un attimo e non ha avuto pietà di una povera inferma, senza curarsi della reazione che avrebbe provocato la vista di un intruso in casa sua. Fortunatamente qualcuno ha assistito alla scena e ha subito avvertito la Compagnia dei Carabinieri di quartiere che ha immediatamente inviato una pattuglia.

Ebbene sì, esistono ancora cittadini che hanno a cuore la comunità e che con i loro invisibili e quotidiani atti di eroismo permettono di assicurare alla giustizia pericolosi criminali.

L’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie che da anni colpisce i residenti, a riprova del degrado delle nostre periferie, abbandonate dai servizi comunali. Cosa fanno le istituzioni per proteggerci? È ciò che si leggeva ieri sera sui cartelli della manifestazione spontanea che ha attraversato le strade alla luce di fiaccole, ad illuminare le strade malsane e insicure.

La magistratura sta valutando anche la posizione della badante. Resta da appurare un suo coinvolgimento attivo nel gesto criminoso.

     


Emanuela Rambaldi in una foto di Chiara Baldini

Emanuela Rambaldi, bolognese di nascita, ma cittadina del mondo, è scrittrice, traduttrice e bibliofila.
Cofondatrice nel 2012, insieme ai poeti Claudia Zironi e Paolo Polvani, del progetto letterario ed artistico Versante Ripido.
Attualmente nel blog di Versante Ripido, dove ha il ruolo di redattrice, ha uno spazio, Sogni, dove pubblica un lungo racconto a puntate che è al contempo un tutto, un intero, ma le cui parti si possono fruire in maniera indipendente, autonoma, come capitoli a sé stanti, per il piacere del narrare, con l’auspicio esista un piacere nel leggere.

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