IL PAESAGGIO NUOVO, DI MICHELE DONATI. INTERVISTA DI GIORGIA MONTI

Il paesaggio nuovo, di MICHELE DONATI.
Intervista di GIORGIA MONTI

   

   

i lavoratori della cava

sono fieri

di appartenere alla multinazionale

una delle cento migliori al mondo

 

l’amministratore delegato

fatto

di pixel

è soddisfatto

anche se il problema

sembra essere l’estrazione

del gesso

un bene prezioso

che non ha implicazioni morali

e dunque

quattro milioni e mezzo

di metri cubi

sono ancora pochi

 

i lavoratori della cava

sono coraggiosi

anche senza adeguarsi

alle norme

sulla sicurezza e sull’orgoglio

di appartenere alla multinazionale

 

*

 

hanno steso un parcheggio

per chi arriva in auto

al suv

basta dire per la cava

e ti porta direttamente

con la musica preferita in sottofondo

che fa

perché la musica deve fare

passare

il tempo

 

ti accorgi di essere giunto a destinazione

quando il rumore cresce

una cascata minerale

 

bisogna controllare i dipendenti

che non perdano un secondo

finora ha funzionato

in pochi decenni hanno scavato

venti chilometri di galleria camionabile

il doppio delle grotte naturali

per quelle ci sono volute milioni

 

a questo ritmo la terra

non potrà saldare il debito

la multinazionale invece

sì che ha il senso degli affari

 

là sotto anche il suv ha paura

ma non i tir

e vanno in fila bestie a benzina

con la musica che fa

passare il tempo

uguale

 

*

 

oggi ha un contratto nella cava

sta tutto il giorno davanti ai flussi

 

vota per la multinazionale

perché gli ha dato il casco protettivo

 

*

 

monte tondo è scomparso sotto i nostri

occhi

è successo in una sola notte

 

non ci sono testimoni

non ci sono registrazioni

non ci sono morti

eppure

è scomparso

sotto i nostri occhi

è successo

 

hanno fatto sapere che

non vi è più alcuna ragione

per proseguire con le attività estrattive

dal momento che la cava

ha cessato di esistere

i numeri

sono questi che contano

ci dicono di puntare

su

le azioni del gelato sono crollate

chi ha perso un lavoro

chi ha perso un oggetto d’amore

tutti hanno dovuto dire

addio

tutti hanno posato una rosa

di gesso

 

*

 

la rosa di gesso parla

pochi sono in grado di capirla

 

un esempio di formazione

del linguaggio

 

questa rosa è stata argilla

ora è una rosa

è una rosa

per così dire

che era argilla

domani cosa

sarà la rosa?

   

Da Il paesaggio nuovo – IL VICOLO Editore 2021

(Sezione La vena del gesso)

   

Il paesaggio nuovo è l’opera prima di Michele Donati uscita nel 2021 per IL VICOLO Editore con nota introduttiva di Francesco Sassetto.

Suddivisa in tre sezioni, Vena del gesso, Paesaggi e La Caverna, presenta un’unità tematica, linguistica e programmatica di grande maturità e pregevolezza.

Uno sviluppo coerente, un dettato scarno e ficcante che senza indulgenze trascina nella narrazione di un disastro ambientale intagliando con precisione chirurgica mali che investono la modernità tutta, dando accesso a vere e proprie cave di riflessione in cui si spazia dall’etica, alla politica fino alla filosofia (si veda l’ultima sezione che trova esplicito riferimento nel mito di Platone).

In particolare colpiscono il nitore della parola che corrisponde a un’evidente lucidità di pensiero e di analisi, nitore e lucidità che, a mio avviso, con grande efficacia rimandano al bianco di quel gesso che è elemento protagonista in un paesaggio contaminato dall’agire scellerato di un’umanità che ha ormai smarrito le tracce di sé.

    

– Qual è il paesaggio di cui stiamo parlando Michele e che cosa gli è successo?

Parlo della mia terra, la Romagna faentina, le colline, i calanchi, la Vena del gesso, con le sue grotte e le sue valli, tutto filtrato dalla memoria e dalla poesia. Mi colpisce l’antichità di questi luoghi, la lenta perfezione dei processi geologici, cui si contrappone la repentinità dell’opera umana, spesso cieca e dispotica. Sono stati sufficienti 60 anni di attività estrattiva per compromettere in maniera irreversibile ambiente e paesaggio di Monte Tondo. Un paesaggio naturale nel quale si innesta l’elemento antropico, comprese le sue appendici virtuali, divenute ormai pervasive: la sinistra novità di questo contesto è anche nella smaterializzazione dei luoghi, pari a quella dei corpi, delle identità.

 

– Nel tuo libro il tema del lavoro è fortemente connesso a quello del disastro. Come sottolinea lo stesso Sassetto nella sua introduzione, la necessità di garantirsi un’occupazione sembra privare l’uomo di ogni forma di coscienza. Il lavoratore, al pari della multinazionale o banca di turno, è ugualmente responsabile del danno perpetrato al territorio. Ritieni questo processo incontrovertibile o possono essere individuate, per così dire, sacche di resistenza soprattutto nelle giovani e nuove generazioni quali, per esempio, la tua?

Credo di non essere indifferente a reminiscenze ancestrali: dopo la cacciata dal paradiso terrestre, o terminata la mitica età dell’oro, l’essere umano fu costretto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Quest’ultimo si configura dunque come il perenne ammonimento che ci ricorda il bene perduto, eppure è proprio attraverso questa condanna divina che l’uomo può realizzare se stesso nella civiltà. Nel mondo secolarizzato si è assistito a un ribaltamento, e oggi per molti il lavoro è come una grazia mondana, una concessione che permette di sopravvivere. Ma dietro la Costituzione si intravede lo spettro dell’iniquità, si palesa la malattia della democrazia: non so se la mia generazione possa ora o potrà mai rappresentare un argine a questa deriva, pensarlo significa ottimismo, ma il contrario sarebbe distruttivo. Un giorno ho intervistato il poeta Giuseppe Conte e mi ha detto: “Ricorda, il presente è modificabile”. Credo che sia anche uno degli insegnamenti fondamentali della Storia.

                 

– Leggendo mi è stato impossibile non rievocare le atmosfere magiche, sospese e sature di un sentimento di inquietudine che pervadono certi racconti di Dino Buzzati. Nello specifico penso a L’uccisione del drago, dove, in sfregio a qualsiasi segno avverso, l’uomo, sempre muovendosi in una sorta di branco, oltraggia con la sua ottusità e presunzione non solo i misteri custoditi dalla natura, ma anche credenze popolari di antica origine che fino all’empietà del suo intervento avevano saputo convivere armonicamente, determinando così la fine di un mondo, inclusa la propria. In cosa i nostri avi hanno fallito o qual è la lezione che non abbiamo saputo o voluto cogliere? 

La dialettica fra Uomo e Natura ha attraversato i millenni ed è ormai giunta a un punto di tensione altissima, traducendosi in un corollario di dibattiti come quello che vede pensiero umanistico e pensiero tecnico-scientifico contendersi aspramente l’egemonia culturale. Ma la terra su cui verrà esercitata questa egemonia è già devastata. Quanto alla responsabilità, credo che vada divisa più o meno in parti uguali tra le varie epoche: forse la nostra terribile colpa storica sarà quella di essere stati consapevoli ma inerti, come vinti da un’accidia collettiva. In questo trovo particolarmente calzante il riferimento al branco dal racconto di Buzzati: l’individuo che rinuncia a se stesso per dissolversi nel gruppo o nell’anonimato della massa è capace di profanare i misteri più sacri della natura, mortificando così anche la propria umanità.

    

– La rosa di gesso parla… un esempio di formazione del linguaggio ci dici in una tua poesia. A quale linguaggio ti riferisci esattamente e perché proprio una rosa? La parola poetica può essere per te una risorsa per sensibilizzare al problema ambientale e soprattutto determinare un cambio di direzione evidentemente necessario?

Si tratta del linguaggio della poesia, una delle varie declinazioni della metafora del gesso. La rosa è storicamente tra le principali figure poetiche e, nell’inserirla a coronamento del poemetto, faccio riferimento alla riflessione filosofica intorno alla coincidenza tra nomi e cose, che è solo una apparenza, una convenzione simbolica. Così come il gesso può assumere diverse forme e diventare, essere detto “rosa” (nelle grotte della Vena si trovano formazioni geologiche che prendono questo nome per la somiglianza con il fiore), allo stesso modo la poesia può aprire varchi nella realtà, varchi per entrare più profondamente nella realtà. Il gesso (la lingua, la poesia) può essere usato in modo cieco o illuminato, sta all’Uomo la scelta su come impiegare lo strumento. O anche la scelta di non impiegare il gesso, la lingua, la poesia come mezzi, ma di perseguirli come fini.

   


Michele Donati

Michele Donati(Faenza, 1994) si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi in Poesia italiana del ‘900 su Clemente Rebora e la musica: un estratto è stato pubblicato su Smerilliana (n.23, 2020) con il titolo Per un Rebora mal noto. Indagine su Rebora e il melodramma. Scrive sul quotidiano “Corriere Romagna”, è vicepresidente dell’associazione IndependentPoetry, con cui cura appuntamenti e letture poetico-musicali (Melusina di Antonio Porta, L’ospite che non giunse di Nella Nobili, La libellula di Amelia Rosselli nello spazio espositivo Officina Matteucci, Faenza, 2018-19). È autore e regista di spettacoli teatrali: Mazapégul, Museo Carlo Zauli (Faenza), Festival Tres Dotes (Tredozio), 2018; Canone a specchio, Fringe Festival (Edimburgo), Teatro del Navile (Bologna), 2019. Suoi testi tratti dalla raccolta I paesaggi sono stati pubblicati sull’antologia Distanze Obliterate. Generazioni di poesie sulla rete (Puntoacapo editrice, 2021) a cura di Alma Poesia.

   

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Dal 1 Febbraio 2023
il numero di VERSANTE RIPIDO con tema:
"RUMORE BIANCO - L'ILLUSIONE DELL'INFORMAZIONE"
    
IN VERSIONE CARTACEA
È DISPONIBILE PER L'ACQUISTO