LA FATICA DI SOLLEVARE IL VELO: JULIAN ASSANGE, DI EMANUELA RAMBALDI

La fatica di sollevare il velo: JULIAN ASSANGE.
Di EMANUELA RAMBALDI

   

   

Il giornalismo presuppone l’esistenza dei fatti e ne rivendica il diritto a diffonderli. Non è servilismo, non è sensazionalismo. È trasparenza. È svelamento.

Julian Assange

Il giornalismo non è un crimine. Sono le parole d’ordine della campagna per la liberazione di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, detenuto in palese violazione dei diritti umani nella prigione di Belmarsh, zona sud-est di Londra e in attesa di essere estradato negli Stati Uniti, dove rischia una condanna a 175 anni. Libertà fisica, morale, di coscienza, di pensiero, di informazione. 

Cosa l’ha spinto a scoperchiare le pentole più bollenti e maleodoranti dei governi di mezzo mondo, prima fra tutte quella degli USA, per mostrare a tutti il Risiko letale di abusi di potere, ricatti, pressioni, intrighi, spionaggi, controlli diplomatici e politici di stati amici e nemici. E tutte le guerre giuste condotte sull’intero pianeta in ossequio agli interessi delle compagnie petrolifere, delle multinazionali, delle potenze economiche che ogni giorno decidono delle nostre vite, che vorremmo tranquille, senza fastidi, ma tant’è. 

Cosa spinge un essere umano alla ribellione. Cosa spinge un giornalista alla ricerca della verità, cosciente delle conseguenze della sfida. L’allergia alla propaganda e alla menzogna di stato, un innato senso di giustizia, un’altissima moralità, la pazzia. Cosa spinge a svelare le menzogne, aprire crepe nel muro delle falsità, a scontrarsi con i padroni del mondo, a costo della privazione della libertà. A costo della vita. Una certa dose di incoscienza, l’incapacità di pianificare i rischi, e una incredibile forza di affrontare gli invincibili. 

E noi. Che fare, ce lo domandiamo mai, quante volte al giorno, al mese, e rispetto a cosa, alle rate del mutuo della casa, dell’auto, a cosa siamo in grado di rinunciare per pronunciare la verità, nella nostra vita quotidiana, dove le menzogne come ovunque reggono il mondo,  anche la nostra banale quotidianità, dunque cosa può spingerci a rischiare il lavoro, la reputazione, la famiglia e nel frattempo, per consolarci, dato che fatichiamo a trovare risposte, quando scorriamo in internet le notizie delle principali (cosiddette) testate giornalistiche, quante volte ci fermiamo a leggere, rileggere, riflettere, rileggere ancora.

Ci sono luoghi, nel mondo, anche nel nostro, che ci pare così rassicurante, dove la verità è pericolosa. La parola, quando svela, costa la vita. 

In una società dove informazione è sempre più spesso sinonimo di distrazione e disinformazione – se non di vero e proprio occultamento della verità – con il fine di appannare le nostre menti e dirigerle verso l’appiattimento, varrebbe la pena omaggiare il giornalismo e fare un gesto rivoluzionario. Aprire gli occhi. Non accontentarci dei titoli omologati. Porci domande. Anche banali. A chi giova, come nel più classico dei racconti gialli. Riprenderci il diritto al pensiero libero. Trovare un modo per esercitarlo. Con lo studio, la cultura, con la voglia di capire, di andare a fondo.

Non esistono algoritmi che ci guidino comodamente, che dividano vero e falso. 

Lavorare stanca, diceva il poeta. E vivere pensando è faticoso.

Magari cominciamo ragionando che non esiste guerra etica, che ogni guerra è guerra di rapina e di conquista e i diritti umani non si difendono con le bombe.

Forse un altro mondo non è possibile, ma possibile potrebbe essere un altro modo di guardare il mondo. 

Prendiamoci 17 minuti per Collateral Murder, il documento più famoso diffuso da Wikileaks, filmato dell’assassinio in Iraq, nel luglio del 2007, di almeno 12 civili inermi – tra i quali due reporter della Reuters – da parte di due elicotteri Apache statunitensi. E’ uno dei motivi per cui oggi Julian Assange è in carcere.

“Il linguaggio politico è predisposto per far sì che le bugie sembrino vere e l’omicidio rispettabile e per far apparire solido anche il puro vento”. George Orwell

One thought on “LA FATICA DI SOLLEVARE IL VELO: JULIAN ASSANGE, DI EMANUELA RAMBALDI”

  1. Finale in bellezza, con la citazione di Orwell, un simbolo di autenticita` contro le ipocrisie e le falsificazioni costruite dai poteri totalitari; il buffo e` che questo grande scrittore e` stato per molti anni evocato per denigrare l’Unione Sovietica; sara` un caso che ora invece se ne parli insistentemente a proposito del sedicente mondo libero e democratico ? I persecutori di Assange e i loro servili sostenitori giustificano il trattamento riservatogli col fatto che ha violato leggi sulla sicurezza degli USA; e` possibile svelare un sistema di potere basato sulla violenza e sulla disinformazione senza violare le leggi postevi appunto a salvaguardia ? Il giustizialismo e` in definitiva uno strumento per disapplicare la giustizia sopprimendone i contenuti etici.

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