LO SCRIBA E LA NEVE, DI GIOVANNA MENEGÙS

Lo scriba e la neve.
Di GIOVANNA MENEGÙS

   

    

Immagina un quadro
dove sfondo e soggetto
mutano di continuo. E tu
che reperti in un libro
il solo fotogramma che hai visto.
         Seguono a fatica gli occhi
le immagini rapide
che si susseguono.
      Diavoli e santi s’alternano
sulle piazze e nei vicoli,
su prati e laghi insalubri;
       mentre il mare si ingobba spaventevole.
                 E tu che hai lenta e confusa la vista
sei lo scriba di una storia infedele.

Sul tema del “malessere informativo” e informatico che in modi diversi destabilizza ciascuno di noi mi sono venuti subito alla mente questi versi di Giovanni Nuscis, intitolati all’antica figura dello Scriba. Un testo della medesima raccolta torna a interrogarsi sul rapporto, colto nell’atto cruciale della scrittura, fra conoscenza e coscienza individuali e sistema dei luoghi comuni, un sistema che si presenta come forza soverchiante cui è doloroso resistere precisamente a livello uditivo: «Provi anche tu a piantare un seme / col vomere di una tastiera. / Resisti fin che puoi alla pressione / dei comuni luoghi, / come quando ti immergi in acque fonde / e dolgono i timpani. / … / Passano ore giorni anni / prima di capire» (testi tratti da Il grande tempo è ora, Arcipelago Itaca, 2021: Lo scriba, p. 118; Il campo bianco, p. 70).

Un poeta che con Giovanni Nuscis condivide età e passione civile – Giuseppe Ferrara, classe 1960 (Nuscis è del 1958) – ci offre un epigramma inedito assai efficace nella sua sintesi satirica, quasi visivamente vignettistica:

Stappo internet

e il mondo mi scorre

in casa come acqua

da un rubinetto rotto

M’allago, m’allaga

non so nuotare 

google glu glu glu

affogo e vado giù

Stappo internet fa parte di Vertebre sacrali, una silloge composta da haiku, haibun e “poesie verticali” in corso di pubblicazione per Interno Poesia, e interviene sull’argomento con memoria probabilmente involontaria della celebre formula zanzottiana del «progresso scorsoio». «In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato/ o se ingoio», recita l’epigramma di Zanzotto che ha fra l’altro dato il titolo a un libro di conversazioni fra il poeta di Pieve di Soligo e Marzio Breda, significativo per tutto il nodo poetico antropologico sociale di cui ci stiamo occupando. Del resto, al riguardo, a parte Zanzotto, nella poesia italiana del secondo Novecento è possibile rintracciare un filone critico e riflessivo che va, citando solo alcuni nomi, da Montale a Fortini, Pasolini, Giudici, Raboni, Antonio Porta, fino agli esiti più ludici e sperimentali, di parodia e Kulturkritik, offerti da Arbasino (Matinée. Un concerto di poesia, Garzanti 1983). 

In ambito più specificamente poetico o artistico, e in epoca del tutto preinternet, si può ricordare quanto annotava Leopardi a proposito del Petrarca e i petrarchisti: «A forza di sentire le imitazioni, sparisce il concetto» (Zibaldone, 20 aprile 1829). Nella seconda metà dell’Ottocento Flaubert lotta contro il rumore bianco del suo tempo – lo “sciocchezzaio” – dedicandosi alla stesura di Bouvard e Pécuchet e alla compilazione di un Dizionario dei luoghi comuni. Karl Kraus compie un’operazione in qualche modo analoga nell’Austria dei primi decenni del Novecento. Uno spirito poliedrico, prolifico e inclassificabile quanto Kraus, Guido Ceronetti, concluderà infine che La carta è stanca (Adelphi, 1976). Il punto è che, benché continuiamo a nominare gli scribi e la carta, ci troviamo ormai in era post Gutenberg: un’epoca di scrittura digitalizzata, libri smaterializzati, progressivo abbandono della pratica di “preghiera laica” rappresentata dalla lettura dei quotidiani («Il giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno» affermava Hegel intorno al 1820) e dunque, tornando al tema di partenza, crescente e pervasivo rumore bianco.

Le metafore uditive che rimandano al rumore bianco e in generale a eventi al di fuori del controllo e dell’interpretazione umana, e insieme l’immagine dell’affogare sommersi da una marea eterogenea, si trovano, credo non a caso, al centro di quel monumentale e accanito poema dantesco novecentesco che è La fine del Titanic di Enzensberger (1978, tradotto in italiano da Einaudi nel 1980), un’opera che sui paradossali effetti di dissoluzione dell’oggetto (ovvero della realtà e della verità) in seguito alla sua moltiplicazione e manipolazione dettata dai più vari interessi e tornaconti dice cose fondamentali. Dice, anzi scrive: al modo dello scriba dalla vista lenta e confusa con cui abbiamo aperto questa riflessione; scriba rappresentato, nei versi di Nuscis, di fronte a un mare che «si ingobba spaventevole»: proprio come i passeggeri del transatlantico colpito dall’iceberg e il poeta tedesco per anni intento a scandagliarne la vicenda insieme collettiva e individuale. La fatica e forse l’inutilità della scrittura, anche la scrittura poetica, tutto il suo lavorio fatto di tentativi, approssimazioni e fallimenti rispetto al compito che essa è suo malgrado tenuta a darsi, sono fra i Leitmotiv più convincenti e credo attuali del poema dedicato da Enzensberger all’affondamento del Titanic come evento storico moderno perenne oggetto di indagine e (dis)informazione. 

La poesia tenta dunque di forzare o risolvere il problema dell’immane sproporzione fra rete conoscitiva e capacità di gestione dei dati da parte del soggetto da un lato in senso  laico  e  logico-razionale, e  siamo  sul versante della poesia civile, dall’altro, e spesso al contempo, rivendicando il senso del sacro, che anche le pertiene. I due testi proposti in apertura rimandano difatti entrambi a questa dimensione apparentemente “inattuale”: se per Nuscis «Diavoli e santi s’alternano / sulle piazze e nei vicoli, / su prati e laghi insalubri», l’epigramma di Ferrara va a inserirsi in un libro intitolato Vertebre sacrali, dove la potente metafora corporea e anatomica agisce a molteplici livelli.

Il sacro e la preghiera – già chiamata in causa nell’aforisma di Hegel – costituiscono per così dire il contrario del frastuono da eccesso informativo e informatico che pervade e invade le nostre esistenze. 

Eppure in fondo basta poco, pochissimo per disconnettersi e passare dal rumore bianco a un silenzio bianco.

Verso fine ottobre un giorno sono entrata in una grande libreria, in Stazione Centrale a Milano, e ho notato, in evidenza vicino al punto informazioni, un volumetto. Óra di Giovanni Lindo Ferretti, fresco di stampa per i tipi della Compagnia editoriale Aliberti. Ho comprato quel piccolo libro con il segreto tuffo al cuore e l’avida, confusa passione, il senso di necessità che avvertiamo solo quando sappiamo già che qualcosa ci riguarda e ci appartiene, per ragioni magari a noi incomprensibili o del tutto indifferenti al resto del mondo. Ferretti lo avevo visto, un paio d’anni prima forse, in un documentario televisivo della serie Di là dal fiume e tra gli alberi che mi aveva molto colpita.

Óra significa prega – come nella regola benedettina, ora et labora – e insieme evoca una diversa pienezza dell’ora presente, il nostro tempo alienato e ultravelocizzato. Evoca anche, per suggestione sonora, l’oro: quanto di più prezioso e puro e incorruttibile sia dato al mondo; quanto di più lucente, per tutti noi che cerchiamo la luce. 

Due settimane dopo aver letto il suo piccolo libro, che non è un libro di poesia, è fatto di vita e della stessa materia da cui viene la poesia. Come Giovanni Lindo Ferretti, anch’io mi ritrovo fra i miei monti e fra i miei morti. Ritornata. Per forza di cose. «Nato tra i morti sui monti / vivo sui monti tra i morti» è il refrain di Óra. Attenzione: in un’epoca che rimuove la morte (la vita?) come mai era avvenuto nella storia umana, i morti di Óra sono la comunione e la comunità dei vivi e i morti, dei visibili e gli invisibili, dei giovani e i vecchi e tutte le generazioni umane (ma anche animali e vegetali, minerali e celesti). 

Qui ritornata, ritrovo la neve e la vecchiaia.  A protezione dal rumore e dalla sua invadenza la vecchiaia porta sordità, un ridursi delle capacità uditive: «Il corpo, invecchiando, si riempie di silenzio; tutta una serie di organi e funzioni non sono più rilevanti per la sua vita» (così Brodskij in un’intervista del 1973, nelle Conversazioni a cura di Cynthia L. Haven tradotte da Adelphi).  

Eppure, qui come altrove, il silenzio non è mai del tutto tale. Nel bianco della neve, negli spazi dilatati e isolati, spopolati della montagna, passano voci, lingue diverse. Qui sento spesso – camminando, andando – spezzoni di frasi in lingua ucraina: l’onda d’urto della guerra e della storia che arriva, che si muove. 

O parole in inglese, in tedesco: turisti, sciatori, viaggiatori e lavoratori emigranti di vario genere. 

Il dialetto, e l’italiano, sono il sottofondo, il collante di base. 

Percorro queste nostre valli, discendendo e risalendo il corso del Boite e quindi del Piave: dall’alto Cadore alla chiesa di Valle, a Pieve, all’attraversamento del Ponte Cadore e poi verso Longarone e il profilo possente dello Spiz Galina e Ponte nelle Alpi e Belluno, nella piana che infine si allarga e disperde  fra  i blocchi dei capannoni e degli edifici commerciali. Per quanto spesso io faccia questo viaggio, ogni volta i miei occhi sono tesi a percepire il vitale e intimo dispiegarsi dei luoghi, che pur nella sequenza fissa, stabilita dalla geografia (dall’orografia), mai sono uguali a sé stessi. Perché la luce e l’atmosfera, il cielo e la temperatura cambiano di continuo. Ci sono giornate terse, dai colori nitidi e duri, ghiacciati, dalla neve azzurrina e scintillante, lontana e vicinissima, imprendibile sempre come solo i miraggi e l’anima. Altre nebbiose e soffuse, in cui le sagome scure e severe degli abeti e i diversi elementi del paesaggio appaiono e scompaiono improvvisi alle incessanti, rapide svolte della carreggiata e al dileguarsi per un istante dell’umidità – l’alito del drago. La strada procede sinuosa seguendo il corso dell’acqua affondato in basso tra le rocce e i boschi come una vena profonda, un seno pensante. Le case anche sono tutte orientate in accordo a quello stesso corso, e dalle facciate chiare le finestre aperte si volgono a guardarlo e a guardare coloro che vanno lenti (o veloci) ed eterni lungo la traccia sinuosa, serpentina – e tutte quelle finestre dalle imposte di legno sono una preghiera, pronunciano in silenzio il loro Óra. In silenzio e nell’apparente totale assenza di figure umane (visibili): perché questi viaggi che compio alle soglie dell’inverno, e spesso di primo mattino, non rivelano persone alle finestre o sugli ingressi, né bambini che giochino, cani, eppure l’anima – se esiste, e certo deve esistere –  avverte forte e sicuro l’Óra che ne proviene e si unisce al muto, perenne rosario di pietra e legno espresso dalle tante piccole chiese con i campanili svettanti e le mura chiare, dorate, che punteggiano la valle a irregolare corona della strada. 

«Non prego e sono preghiera»: anni fa mi ero ritrovata – ovvero avevo ritrovato e riconosciuto qualcosa di essenziale e senza nome che in me accadeva, accade, a volte – attraverso queste parole di poesia di Chandra Livia Candiani (classe 1952, Ferretti è del ’53: le coincidenze di data, di generazione, sono un elemento storico, fanno significato).

Che tali viaggi, tali visioni possano avvenire negli stessi tempi e luoghi in cui ciascuno di noi è, o può trovarsi a essere, in una condizione interiore di espropriazione mediatica e disagio social(e) apre credo per tutti spazi di libertà e liberazione impensati.

    


Giovanna Menegùs

Giovanna Menegùs (Milano, 1969) vive tra San Vito di Cadore, Belluno e la provincia di Varese. Ha lavorato a lungo in ambito editoriale, e pubblicato tre libri di poesia: Quasi estate (MasterBook / ExCogita, 2017), Investitura di voci (96, rue de-La-Fontaine, 2018), L’occhio fotografico (Pietro Macchione, 2018). Fa parte della redazione di Avamposto. Rivista di poesia, nella versione cartacea e online, e del lit-blog collettivo La poesia e lo spirito.

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