ORWELL CI HA VISTO LUNGO. DI GIUSEPPE TOLO E COSETTA GARDINI (CASA WALDEN COMUNICAZIONE)

Orwell ci ha visto lungo.
Di GIUSEPPE TOLO
 e COSETTA GARDINI
(CASA WALDEN COMUNICAZIONE)

   

    

L’informazione è da sempre stata oggetto di attenzioni da parte del potere, perché è proprio grazie a un uso strumentale di notizie che il potere – politico, economico o religioso – è in grado di influenzare la società civile nelle sue scelte e, a volte, a condizionarne il pensiero dominante.

Per uso strumentale delle notizie si intende una spettacolarizzazione/drammatizzazione delle stesse, pratiche che puntano a stimolare le sensibilità delle persone: rabbia, pietà, paura, intolleranza, etc., per modificarne le convinzioni.

Tra i tanti, un esempio eclatante è la foto di copertina della rivista LIFE del 21 settembre 1940, che ritrae una bambina con la testa bendata in un letto di ospedale che, con un pupazzo in mano, guarda nell’obiettivo/lettore, con la didascalia “vittima di raid aereo”. Questa foto, per la sua grande drammaticità e il suo grande impatto emotivo, fece cambiare idea all’opinione pubblica americana che fino ad allora era stata sempre contraria a un coinvolgimento più attivo degli USA al secondo conflitto mondiale – cosa che avvenne l’anno successivo dopo l’attacco a Pearl Harbor da parte dei Giapponesi. 

Non c’è ragione di dubitare, in questo caso, che la foto fosse vera o veritiera. L’artificio di utilizzarla come copertina, accompagnata da una sintetica didascalia, ha fatto sì che ottenesse la massima attenzione e sia riuscita nell’intento dell’editore di influenzare i lettori. Ancora oggi questa fotografia fa scuola.

Con l’avvento di nuovi strumenti di comunicazione – come ad esempio la televisione, la spettacolarizzazione di ogni evento è arrivata a degli estremi a volte pericolosi non solo per la comunicazione. 

Un esempio eclatante riguarda la prima Guerra del Golfo del 1990: in una diretta dell’emittente televisiva CNN il giornalista che sta conducendo il servizio parla in modo concitato indossando una maschera antigas, mentre in alcune inquadrature sfuggite al regista si vedono chiaramente alcuni colleghi muoversi in tutta tranquillità con fogli in mano, svolgendo la loro normale attività di redazione: un maldestro tentativo di drammatizzare il servizio tv come se ci fosse in atto un attacco iracheno. Si scoprirà in seguito che il servizio era stato realizzato molto lontano dal fronte, in totale sicurezza.

Se aggiungiamo il fatto che dopo diversi anni si sia scoperto che le prove fornite dai governi statunitensi e inglesi sul fatto che il governo iracheno stesse fabbricando armi chimiche di distruzione di massa fossero false e costruite ad hoc per giustificare il secondo intervento armato del 2003 – e su come i media non abbiamo mai cercato di verificare la veridicità di queste “prove”, la dice lunga su quale “deriva comunicativa” la nostra società contemporanea sia finita.

Con l’avvento dei social media questa deriva ha raggiunto ormai livelli incontrollabili. Informazioni e notizie circolano liberamente nel web senza verificarne l’autenticità e, grazie anche alla totale inefficacia degli organi di controllo, per nulla tempestivi nel loro agire, si creano veri e propri “mostri”: prima che una fake news venga fermata e oscurata, questa è già stata condivisa da migliaia di utenti, rendendo impossibile fermarne la diffusione.

Non solo: non si riesce neppure a risalire a chi ha “scagliato la prima pietra”, grazie alle lacune di tipo normativo e alla sempre crescente velocizzazione dei sistemi informatici e delle procedure ad essi collegati. 

Il problema non è di facile interpretazione e, di conseguenza, diventa difficile arrivare a soluzioni che possano salvaguardare la società civile per avere corrette e autentiche informazioni. Se si aggiunge il fatto che sembri mancare una vera e genuina “volontà politica” da parte di chi ha le possibilità giuridiche per attivare un percorso virtuoso che porti a soluzioni che salvaguardino i cittadini e la loro libertà di pensiero e di critica, il sospetto che si voglia mantenere questo status quo è più che fondato: basti pensare che durante queste ultime due crisi – quella sanitaria legata al Covid19 e l’attuale guerra in Ucraina, chi ha tentato di indagare e  approfondire – tra le pieghe delle informazioni circolanti su tutti i media – per capire effettivamente cosa stava e sta succedendo, quali siano le ragioni e le motivazioni di certe scelte, è stato immediatamente tacciato di “complottismo”, “negazionismo” e altri neologismi atti a screditare tutte quelle voci “fuori dal coro” e messo a tacere, emarginato e allontanato dall’agone mediatico. 

Sono segnali preoccupanti che fanno somigliare sempre più il mondo in cui viviamo a certe società distopiche descritte dalla letteratura e dal cinema di anticipazione, dove una informazione illusoria e falsata secondo le necessità del potere costituito porta a un controllo totale della popolazione senza che questa possa in qualche modo avere possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero, se diverso da quello dominante. 

Orwell, alla fine, ci ha visto lungo.

   

One thought on “ORWELL CI HA VISTO LUNGO. DI GIUSEPPE TOLO E COSETTA GARDINI (CASA WALDEN COMUNICAZIONE)”

  1. Il problema delle fake news non e` di soluzione solo difficile, ma impossibile, e per fortuna, se posso dirlo: la tendenza, palpabile sempre di piu`, e` quella di etichettare come fake news quelle posizioni che non corrispondono a quelle governative, e che quindi danno fastidio a chi vuole esercitare un controllo. Come distinguere, quindi, la spazzatura dalla denuncia ? Il complottismo fine a se` stesso dalla ricerca della verita`? Proviamo a immaginare che 30 anni fa il nostro governo parlasse anche solo per ipotesi di configurare il reato di negazionismo climatico, tanto per restare in un ambito meno divisivo di altri: significa che se uno scienziato o un giornalista mette in dubbio la verita` rivelata e promuove ricerche spinto dal dubbio, commette reato; stupisce come questo possa oggi essere ascoltato con indifferenza e accettazione da parte di tanti, indipendentemente dalla giustezza o meno di certe analisi sul riscaldamento globale. Siamo gia` quasi tutti zombies?

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