SCOGLIO DI HAIKU. La traduzione come scrittura del distacco, di Patrizia Dughero

SCOGLIO DI HAIKU. La traduzione come scrittura del distacco, di Patrizia Dughero.

   

            

Accadde ad un certo punto che certi miei componimenti radunati sotto il titolo Filare i versi, con la familiare metafora del filo tirato per unire pezzi di vita e di luoghi, volessero prendere il volo, volessero raggiungere il ritmo della lingua che per me rappresenta la melodia interiore della poesia. Raccolti in 14 sequenze di componimenti haiku in numero variabile per ognuna, ho espresso un desiderio, che quell’insieme fosse depositato nelle mani di una grande e sapiente traduttrice, Jolka Milič perché, come in una fiaba, lei lo consegnasse agli ‘abitatori’ della terra dei miei predecessori per dire che attraverso il respiro e gli elementi naturali, siamo tutti abitati da parole che vivono la molteplicità del senso in quanto hanno a che fare e vedere con gli elementi, il mare, il masso, il vento, mescolati da odori di terra e suoni d’acqua, accompagnati dagli animali. Come tante altre volte, sono voluta tornare alla materia naturale che costituisce il nostro corpo, il suolo del nostro ambiente, la carne delle nostre passioni. Volevo tornare agli elementi, oggetto di meditazione e di creazione di mondi, dimenticati dalla scienza, che pure definisce continuamente nuove particelle di materia senza che noi le avvertiamo e le designiamo in maniera cosciente, e agli elementi naturali a stento nominati dalla poesia come protagonisti che rimangono depositati come enigmi soltanto nei miti e nelle fiabe. Ancora da pensare. E perché non farlo trasportandoli da un luogo all’altro, da un’appartenenza all’altra, da una lingua all’altra, perché non far sì che il tempo del respiro di un haiku si trasformi nell’espiro di un’altra lingua che lasciamo andare come lo scoglio trasportato dalle nuvole da ovest a est, ma sempre a ridosso di uno stesso mare?

E per chi trasportare questi brevi inspiri/espiri di poche sillabe?

Credo di aver iniziato a scrivere haiku tanti anni fa, negli anni Ottanta, ma di non averne conservati molti, qualche frase soltanto. Avevo letto l’Impero dei segni di Roland Barthes e, molto affascinata dalla cultura giapponese, ritenevo che un europeo non potesse neanche lontanamente avvicinarsi a tale forma, che in mani occidentali avrebbe preso sembianze eccessivamente congegnate. Ma col tempo ho incontrato molti haiku di famosi poeti che ci ripropongono questo canone stringato in modo sottile, molte scuole che stendono regole e programmi, innovando o mantenendo la formula originaria, molte discussioni in rete sul kigo e sulla sospensione-kireji, sulla concisione e il silenzio ellittico e il mantenimento severo del verso 5/7/5 ecc. Alla fine ho iniziato a fare qualche concorso, che è il modo più diffuso per creare un’azione collettiva, con un’interessante possibilità di estensione del genere, dagli Stati Uniti alla Svezia, dal Mediterraneo fino a rientrare in Giappone col rinnovamento necessario. Ho cercato di rintracciare haiku all’interno dei circuiti filosofici e delle tradizioni spirituali orientali, ad esempio attorno al taoismo: non ho incontrato nulla o quasi, ma ho intravisto alcuni haiku della Dickinson, che con tutta probabilità non sapeva neanche cosa fossero, estrapolati dalle sue meravigliose poesie.

Alla fine mi sono decisa a raccogliere i miei brevi componimenti perché non sopporto quando la teoria inizia a sovrastare la pratica, quando ci si addentra a scrivere su un argomento senza cimentarsi sull’esecuzione, fosse anche una mera esercitazione. Ho iniziato a frequentare il Premio Haiku Capoliveri, indetto e promosso da Giorgio Weiss, che dall’Isola d’Elba è divenuto Premio Mondiale, con delle interessanti traduzioni che necessariamente non possono tener conto del conteggio sillabico. Il tema marino prende il sopravvento, ma non solo, quello minerario (l’Elba è ricca di miniere), quello degli animali, gli animali dell’isola, il selvatico dei cinghiali, le martore, i germani, gli invisibili mufloni, le rane e i ranocchi. Ecco, il caso vuole che l’Elba sia la mia isola d’elezione, dove ancora riesco, dall’odore, a distinguere che animale è passato da un certo posto, se un muflone o un cinghiale, riesco a capire da come il mare s’increspa come girerà il vento e che tempo farà. Riesco a immergermi con l’enorme rispetto del Mare  per riemergere battezzata di nuovo. So che scoglio raggiungere per ritemprare le reni dopo affaticamenti e dolori – a ovest bisogna andare e depositare il corpo stanco guardando la Corsica da Capo S. Andrea. So quando la sabbia racconta di scomparse e perdite prima che arrivino i turisti. Succede questo perché quando avevo quattordici anni mio padre fu trasferito all’isola e da allora da quest’isola vissuta nell’adolescenza ho imparato molto e ho anche molto lasciato. A lungo ritenuto il mio scoglio, come tutti gli elbani lo considerano e lo chiamano, ultimamente nutro un certo conflitto sul concetto d’appartenenza, un conflitto nato da un selvatico che è definitivamente avanzato e ha incontrato una memoria tradita, alcune certezze anche, tra cui quella dell’identità dispersa in un’origine lontana, che sempre più chiaramente mi appare impossibile da afferrare e che sempre più, apprendendo la lezione, so che dovrò lasciar andare.

La mia origine, è chiaro, è in un luogo a nord-est, in una linea di confine frastagliato, conosciuto come disadorno, ma così intenso a volte da levare il fiato. Le carte mi suggeriscono un idioma per me incomprensibile, che s’ammanta di mistero quando torno alle origini udendolo nella vita quotidiana, acquattata ad ascoltare, lo Sloveno.

Mi è sempre piaciuto scrivere haiku e già applicandomi a farlo, contavo di esercitare una certa pratica del distacco insito nello spirito stesso della celebre terzina. Con la ‘pratica di haiku’, come amo definirla, mi concedevo di intraprendere un percorso verso la brevità, considerando questa qualità una chiave d’accesso  verso il distacco. Cerco il significato etimologico del termine e dopo aver consultato varie voci, in cui sempre troneggia per primo il senso materiale, distacco di un affresco per esempio, trovo nel Dizionario Treccani:

Separazione, allontanamento di una persona da altre, o da luoghi e oggetti amati: il d. dalla famiglia, dai genitori; il d. dai figli fu molto doloroso; s’avvicinava il momento del d.; il d. dal paese, dalla patria; […] Anche, l’allontanarsi spiritualmente da cose, persone, sentimenti, abitudini che più non interessano o a cui si rinuncia, […] il d. dai beni, dagli interessi, dagli affetti terreni.

Mi dico, sì  è proprio questo, è per questo che scrivo è per questo che vale la pena di scrivere nel ritmo di un respiro alla volta, come considero l’haiku, è questo a cui mi sto preparando e che desidero diffondere con esempi, e tanti, che portino significato, oltre che bellezza – spesso negli haiku ci si attarda eccessivamente a un proposito formale e puramente estetico.

Jolka Milič, che in tante primavere ha visto fiorire versi di delicati suoi connazionali, traducendoli ‘da’ e ‘verso’ lo Sloveno, ma anche trasportando poesia dall’inglese e dal francese, aveva già tradotto qualche mio haiku. Credevo che a lei piacessero, avendoli invece sempre considerati assai mediocri.  Ma arriva lesta Jolka, a dirmi:

“Secondo me l’importante delle poesie e degli haiku è il suono, la metrica e il significato. Già sposare queste tre cose non è sempre semplice. Né è facile per il lettore gustarle e capirle o recepirle tutte allo stesso tempo. (Senza complicare le cose con maiuscole e minuscole fuori posto. Il lettore serio in cerca dei perché e dei percome si chiede perché qui manca e lì è di troppo, deve esserci una ragione… e perché io non la vedo?) Secondo me proprio non occorre complicare le cose con una punteggiatura fantasiosa. Già la poesia in sé – è l’eterno pianto dei poeti – è difficile da abbordare, anche se munita di punteggiatura convenzionale, cerchiamo quindi di non appesantirla ancor di più coi ghiribizzi e certo genere di pause, più che di suoni. Se non vuoi la punteggiatura convenzionale, devi mettermela fra parentesi, poi io la cancello, ma devo capire il senso per poter usare la declinazione in modo corretto.”

Me lo dice dopo aver espresso qualche perplessità sulla mia punteggiatura che non le pare sempre simmetrica e qua e là perfino capricciosa – Jolka non ama le maiuscole all’inizio dei versi se non sono proprio d’obbligo, ma molto spesso si incontrano nei testi, contrassegnando gli haiku come ridondanti. E come alcuni poeti sloveni adorano fare. Mi sta spiegando una cosa così semplice: questo uso, come esempio ma ce ne sono altri, rende difficoltosa la lettura e la comprensione delle liriche, complicando il lavoro del traduttore, specie nelle lingue con la declinazione, come le lingue slave, si stenta a capire se il discorso segue nel secondo o terzo verso o si tratta di tre cose a se stanti. Poi mi racconta di un suo amico poeta che chiama gli haiku di una sua silloge snežinke – fiocchi di neve, dato che li ha scritti durante l’inverno, e mi dà così alcune serie lezioni di haiku.

La prima è sulla semplicità della parola, certo la parola di per sé può avere più di un significato, in ogni lingua, ma attraverso la traduzione, soprattutto per le lingue che usano la declinazione, si arriva necessariamente ad una strettoia: bisogna scegliere, e così, nel caso dell’haiku, tornare a ciò che l’Occidente trasformò dopo averlo importato dal Giappone. Lo sguardo si posa sull’oggetto che si vuol descrivere, mettendolo a fuoco, e deve cogliere esattamente e restituire chiaro l’oggetto che è stato introiettato. Il salto grammaticale-logico all’interno del verso deve ispirare fantasia, non ambiguità. Su tre piccoli versi si può costruire un mondo d’immagini, ma devo poter cogliere limpidamente quel che i versi comunicano. Penso allora che potrebbe essere un bell’insegnamento per dei giovani adolescenti che vogliono accostarsi alla poesia e in molti casi sono ostacolati da un linguaggio elusivo e contorto. Jolka mi parla di haiku come fiocchi di neve, soffici, li immagino, e lievi con la capacità d’appoggiarsi l’uno sull’altro: è una grande qualità, difficile da raggiungere e lei dice che possiamo almeno avvicinarci non complicandoci la vita con strane formule di punteggiatura, che poi nessuno riconosce. Da solida conoscitrice di due lingue così distanti nel suono e nella grammatica, sloveno-italiano, mi sta insegnando ad avvicinare i versi nella voce, che è il mio originario intento, mi sta facendo capire che scrivere è un impegno e voler tradurre/trasportare quel che si scrive lo è enormemente di più.  L’impegno del distacco.

Che vada detto subito ai ragazzi, ormai abituati a comunicare da una parte del mondo all’altra, ma come? Con rigore nella semplicità questo è l’altro insegnamento. E Jolka viene soprannominata la mia maestra di haiku, facendomi capire che la strada è ancora lunga da percorrere.

Ci accogliamo così e io penso che portare questi significati a dei lettori che osservino scene di un’isola, comunicate in due lingue tanto distanti (le lingue che hanno poca diffusione perché parlate da poche persone nel mondo vanno diffuse, confrontate il più possibile) potrebbe diventare la nostra ambiziosa impresa. È il primo desiderio espresso, la scrittura va trasportata, il primo insegnamento di distacco, separarsi dal proprio scritto per depositarlo altrove, come i figli che vanno lasciati andare.  Il secondo desiderio, per quanto mi riguarda, è quello di portarli ai ragazzi, dai dodici anni, la fascia oggi denominata “young adults”,  che stanno perdendo il gusto di leggere i coloratissimi libri per bambini, ma non trovano su cosa posarsi, e di stuzzicarli con brevi frasi che girano e ruotano attorno a scenari rintracciabili,  vicini nell’animo per la semplicità di espressione, ma lontani dal tempo ritratto, che giocano con il linguaggio nei luoghi.

La raccolta da cui parte questa riflessione si compone di due sezioni, la seconda chiamata Non haiku di lucciole, di scritti già pubblicati la maggior parte dei quali quasi-haiku (non rispettano perfettamente il conteggio sillabico) e una lirica iniziale “sbandierata e sfrangiata”, ripresa dal Sutra della Libertà, un “pericoloso inno” all’unione per il superamento del caos, alla felicità d’esistere nell’esser-ci. Sono sorta di haiku che perlopiù fanno ricorso ad un tema di memoria pur impegnandosi nel trattenere lo sguardo che fu repentino, come si trattasse di vecchie polaroid (si è compiuto lo ‘schizzo’ o shasei di Shiki).

La prima sezione, che prende nome da una sequenza che parla di terra e di rane, Filare i versi, è composta da 14 sequenze e a me pare come un lungo montaggio di scene che prendono spunto da ‘quadri’ dell’isola, rincorrendosi da un componimento all’altro, giocando quando è possibile con i soggetti, gli animali, le scintillanti pepite di pirite che, realmente scorte rotolare nel laghetto di Terranera, fanno un’eco irriverente al famoso lago salato di Bashō.  Solo un componimento, Come reti ai pesci, tratta un tema di memoria, l’affondamento del Dc 9 Itavia nel mare di Ustica, nel lontano 1980. Ma è come voler inglobare un tema vivo ancora nella mia memoria nello specchio d’acqua noto, come ricondurre tutto a quell’isoletta dove tutto è possibile, dove si può arrivare dappertutto a piedi. Ovviamente questa non è più la realtà di un luogo, diventa magicamente fantasia-reale, diventa quello scoglio gettato nel mare che sognai a sei anni e riferii con tanto fervore a mia madre, descrivendolo nella strada percorsa in groppa a un asino. È il gioco di fantasia reale di questa mia modesta raccolta, che tenta di ricucire e tessere sassolini nel vento.

Ma il centro, ciò di cui vogliono dire questi versi declinati in forma d’haiku, è nell’onda e nella marea. Perché come sostiene Hisamatsu, ne La pienezza del nulla (il melangolo):

“Si ricorre sovente nel buddismo alla metafora dell’onda. Un’onda non cade nell’acqua dall’esterno, ma proviene dall’acqua senza separarsene; scompare e torna all’acqua da cui ha tratto origine e non lascia nell’acqua la minima traccia di sé. Come onda, essa si solleva dall’acqua e torna all’acqua; come acqua, essa è il movimento dell’acqua. L’acqua forma con l’onda un’unità e tuttavia l’acqua non sorge e non tramonta col sorgere e tramontare dell’onda. L’onda che sorge e passa, intesa come oggetto, è simile al se stesso quotidiano dell’uomo. Il fatto che questo soggetto sempre di nuovo ritorni dall’onda all’acqua è l’essenza del Nulla Zen.”

Semplice, vero?

Questa la spinta a far trasportare, con una lunga e anomala marea, i miei piccoli versi, consapevole che non sono composti di neve soffice ma di terra umida e spesso argillosa, che non temono più d’incagliarsi tra gli scogli taglienti, ma vogliono solo muoversi in un incessante dialogo col tempo tra le foci e le piccole radure di alberi, che liberino la brevità a infinite possibilità, come lucciole. P.D.

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1  Questa nota, così come la raccolta in traduzione, è stata scritta per un convinto lavoro sulla diffusione dell’haiku, come genere letterario da rispettare e condividere con ‘gentilezza’, e per la diffusione della lingua slovena!  

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Jolka Milič è nata nel 1926 a Sežana (in Slovenia), dove tutt’ora vive e lavora. Ha tradotto almeno una ventina di libri di poesia, che in gran parte ha anche curato. Traduce soprattutto poesia dall’italiano allo sloveno e viceversa. Nel 1999 ha vinto il “Premio Kosovel” per la traduzione della silloge Botticelli di Ivo Svetina. Nel 2004 è stata premiata dall’Associazione Artecultura di Trieste “per la sua preziosa e intelligente opera di ponte fra le letteratura di Slovenia e Italia”. Nel 2005 le è stata conferita dal Presidente della Repubblica Ciampi l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana e dall’Associazione dei traduttori letterari sloveni di Ljubljana ha ricevuto l’ambito “Diploma Lavrin”.
Redattrice nella rivista on-line, “Fili d’aquilone”: http://www.filidaquilone.it/, da cui è tratta questa biografia.

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Gli haiku di Patrizia Dughero

   

ANIMALI

Di liquerizia
inebriato muflone
mi fissi serio.

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PIRITE

Nel vecchio lago
salato, plof! il tonfo
d’una pepita.

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COME RETI AI PESCI

(Ustica, 27 giugno)

Dal porto… aereo,
si levavano in volo
nubi di viaggio.

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SENZA KIGO

Versano Mare
in orci senza fondo
le ninfe beate.

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SUONI

Dolce far niente
nel piccolo villaggio
sulla scogliera.

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FILARE  I  VERSI

Nel campo arato
raganella, ti fondi
con una zolla.

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Le traduzioni in sloveno di Jolka Milič

   

ŽIVALI

Od sladkega korena
omamljen muflon strmiš
vame resno.

***

ŽELEZOV KRŠEC

V staro slano
jezero, čof! štrbunkne
kepica zlatá.

***

KOT MREŽE RIBAM

(Ustica. 27. junija)

Z letališča
so odleteli oblaki
na potovanje.

***

BREZ KIGA

Točijo Morje
v lončene vrče brez dna
blažene nimfe.

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ZVOKI

Sladko brezdelje
na bližnjem skalovju
malega naselja.

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PRESTI VERZE

Na zorani njivi
regica, se pomešaš
s kepo prsti.

          

Daniele Pezzoli, "I'm talking to you" - in apertura "How do"
Daniele Pezzoli, “I’m talking to you” – in apertura “How do”

 

One thought on “SCOGLIO DI HAIKU. La traduzione come scrittura del distacco, di Patrizia Dughero”

  1. Voglio ringraziare la redazione tutta di Versante Ripido per l’inserimento di questo articolo, che parrebbe autoreferenziale se non fosse che l’intento è dichiarato, e per correttezza, vorrei apportare direttamente da parte di Jolka Milič qualche correzione su alcuni dati che ho io stessa fornito.
    Ecco il suo commento inviato in una lunga e-mail di cui riporto alcune frasi:
    “Cara Patrizia, molto bello lo scritto, di una semplicità e sincerità affascinanti per non dire disarmanti, naturalmente qua e là un po’ fantasioso ma la letteratura è fatta così, e guai se non dovesse mai volare e uscire dal reale e dai … fatti nudi e crudi e spesso anche banali. L’ho letto – da letterata – cercando di dimenticare di conoscerti – con vivo piacere. Penso che piacerà anche agli altri e ai tuoi lettori.
    Devi fare solo qualche piccola correzione tecnica, io l’inglese non lo so, ho incominciato a studiarlo subito dopo la guerra, ma ho smesso … quando insomma ho scoperto che, vuoi non vuoi, sarebbe diventato l’imperante lingua franca che senza sosta si sarebbe fatta spazio cercando di limitarlo alle altre … Insomma la voce del padrone … che non è proprio di mio gusto. Dalle nostre parti (in Slovenia) è la seconda lingua per così dire. E talvolta anche un po’ di più. Io sono in questo campo una minoranza di nessun conto quindi. Allora tu togli l’inglese, dato che dall’inglese non traduco e aggiungi magari, ma non è affatto necessario, anche lo spagnolo (oltre il francese menzionato, avendo tradotto parecchi poeti spagnoli e latinoamericani, fra cui Lorca, Borges e altri, per riviste letterarie.
    Hai scritto due volte lo Sloveno intendendo la nostra lingua con la maiuscola. Dovrai mettere proprio la minuscola se non vuoi perdere dei punti nei miei occhi. Grazie.
    Dato che di primavere ne ho viste tante e perfino troppe per non menzionare inverni autunni ed estati… le venti raccolte tradotte sono diventate … una settantina. E hanno lasciato senza fiato pure me che non uso contare, ma ho dovuto farlo qualche anno fa e allora ho scoperto esterrefatta … quanto tempo prezioso ho perso con la poesia prevalentemente dei miei connazionali…”
    Questa annotazione è relativa soprattutto alla sua biografia, ma non solo come si può notare dal riferimento puramente ortografico sull’aggettivo “sloveno”!
    E’ così che Jolka Milič si esprime e scrive e ho molte buone ragioni per nutrire il sospetto che anche lei scriva poesia, certa della sua grande generosità! Ho ritenuto di riportare questi aggiornamenti in un commento, più che chiedere di rettificare, perché è di cose vive che stiamo parlando. Grazie e buone letture! Patrizia

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