Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini, editoriale di Gabriele Via

Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini, editoriale di Gabriele Via.

   

   

“Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini.” Marianne Williamson, nel suo libro “Ritorno all’amore” su cui torneremo alla fine di questa conversazione attorno al distacco, ci propone questa immagine.

Ho voluto iniziare questo ragionamento aperto sul distacco proprio con questa figura. Su cui subito pongo attenzione con voi. L’essere bambini è un’immagine di prossimità, di vicinanza, di tenerezza e intimità. Mentre la figura del brillare (fate l’esperimento: chiedete alle prime dieci persone che incontrate: “che cosa brilla?”) atavicamente e principalmente è propria delle stelle. Le stelle hanno il primo diritto d’autore sul brillare, come Dio quello sul creare.

Dunque in una sola figura, se osservata col “giusto distacco”, possiamo apprezzare la compresenza di due protagonisti tanto distanti tra loro: la tenerezza umana e sentimentale del bambino, da un lato, e la incalcolabile distanza fisica delle micidiali stelle, dall’altro.

Ma andiamo con ordine. Lungo il nostro itinerario sulle figure e i concetti del distacco torneremo ancora sul bambino e sulla pagina inattesa della signora Marianne Williamson.
Al di là della forma -un articolo (che non vuol dir niente), un racconto, la pagina di un diario filosofico, una poesia, un saggio critico, una collezione di aforismi, un brano autobiografico- trattare il tema del distacco non credo possa essere fatto a mani nude, senza alcune precauzioni preliminari. E forse basteranno queste a fare la parte, a riempire uno spazio di ascolto circa il tema del distacco. Perché ognuno poi ci si metta di suo a ragionare.
Voltaire ci ricorda come ogni uomo dabbene deve cercare di esser filosofo, senza piccarsi di esserlo.

Scrivo poesia da tre decenni almeno. Gli ultimi due con un crescente impegno, studio, metodo, e forse anche qualche sparuto risultato che non riesco neppure ad apprezzare. Se mi sentissi in dovere di dare conto ad altri di tutto questo tempo forse dovrei inventarmi risposte che ora non ho. E già qui possiamo vedere in controluce il tema del distacco fare capolino.
La prima volta che venni toccato (subendone certamente un fascino esotico) dal tema del distacco fu a casa; ero bambino. Tra noi fratelli e sorelle (un discreto numero capace di esaurire le dita delle due mani) ve n’era uno che a tavola si dilungava più di ogni altro. Era all’insalata quando tutti gli altri avevano già finito, sparecchiato il posto, ripiegato il tovagliolo.
Nella sua flemma, già presente al momento della chiamata a tavola (“Arrivo!”, rispondeva subito. Poi si presentava buoni cinque, dieci minuti dopo) si poteva intravedere una certa vena filosofica. Un certo equanime distacco. All’epoca si vociferava che avrebbe fatto l’astronomo. È noto che guardando le stelle (che propriamente significa cercare un contatto con quanto di più visibilmente lontano esista al mondo) si maturi un certo distacco per le cose terrene. Lo stesso Talete si dice che morì cadendo in un pozzo mentre camminava con gli occhi rivolti al cielo.

Su di me, già allora, lontananze geografiche e abissi di memorie storiche esercitavano un fascino speciale. Vissi il mio primo battesimo volontario nel segno del distacco decidendo in un pomeriggio umido di autunno di scappare di casa. Ma la terra per tutta la linea dell’orizzonte a cento metri dalla porta di casa era la riva boscosa di un fiume. Arrivai sulla sponda, posai il mio fagotto e mi misi inconsapevolmente a meditare guardando l’acqua silenziosa fluire. Poco dopo mi raggiunse da casa un fratello e mi ricondusse all’ovile. Fine della prima puntata del mio tentato distacco volontario.

Fu poi la volta di un distacco di altra natura, anni dopo. Ed è importante tornare a considerare quante cose fondamentali ci attendano durante l’età del barone rampante.
Stavolta avevo dodici anni. Una mattina di febbraio. Mio fratello ed io, avevamo insieme ragionato da poco sulle difficoltà della vita. Quel mattino mi saluta: ci saremmo rivisti a pranzo. Andiamo a scuola. Lui frequenta già l’università. Io la seconda media. Ci siamo salutati sulla porta di casa. Non lo avrei visto mai più. Ora ne ho 47. Fu questo il primo dolore che non guarisce, che mi ha inciso nella carne e nel respiro la linea secca di un distacco senza appello, che nessuna spiegazione, nessuna teoria terrena o celeste, nessuna fede offerta una domenica mattina o tramite un opuscolo, riesce più a medicare. Occorre altro. Forse quello di cui solo la poesia, solo la filosofia, sanno parlare.

Quanti diversi distacchi ci attendono. Quanti gradi, quanti colori, quante temperature, quante inclinazioni, psicologie ed accezioni, nella marcata e sibilante parola “distacco”.
Certo, mi piacerebbe scrivere del distacco in termini tali che il lettore sentirà poi l’insopprimibile richiamo ad una accurata indagine filosofica su di sé, sulla natura e su come spesso le opinioni comuni risultino del tutto inconsistenti. E la meraviglia liberante nel dover riscontrare, con umile accettazione, che fino a ieri a tali opinioni infondate avevi assecondato la tua adesione acritica. E perché? Per quali motivi?
Se devo ora prendere in mano la responsabilità di trattare il tema del distacco penso subito ad una costruzione poggiata a dei puntelli. Il distacco richiede di prendere le distanze dal tutto, e vedere che, nonostante le nostre e altrui dichiarazioni, qui tutto è veramente puntellato e tremante.
Ecco: propongo questa immagine, anche rifacendomi ad un antico adagio classico (per cogliere bellezza e verità occorre una certa distanza). Il distacco determina la giusta distanza da cui vedere; e vedere ci coinvolge in una maniera nuova, rigenerata, che prima non potevamo immaginare. Risulta quindi chiaro che il distacco di cui vorrei trattare non è un superbo fregarsene e buttarsi alle spalle il mondo, sé, l’altro, tutto. Niente affatto. Penso invece al distacco come una sorta di reset. Un’interruzione necessaria ad una ricollocazione proprio per meglio vedere, meglio sentire, meglio comprendere e capire tutto quel che prima cadeva dentro l’ottusa dimensione dello “scontato” del “già noto”, da cui nulla ci saremmo più attesi.
Detta così è chiaro che la poesia è la disciplina principe che ci aiuta a vedere con occhi nuovi tutto ed ogni cosa.

Propongo ora due figure del distacco. Poco dopo la morte della moglie, il grande scrittore Clive Staples Lewis, colui che saprà poi incantare tre generazioni con le Cronache di Narnia, scrisse una specie di diario di quei terribili giorni. Ora questo è un libro, che può essere molto istruttivo per chi voglia approfondire lo studio umano mediante resoconti sinceri di scrittori che aprono parentesi sul proprio vissuto in chiave analitica. Ma non ci dilunghiamo su questa china, anche se la considero davvero affascinante. Nelle prime righe del volumetto vediamo il nostro autore fare luce in prima persona, nella carne della sua vita (uso qui parole mie) circa il mimetismo per cui possiamo confondere dolore e paura.
Ricorderai subito, amico che leggi, come il grande poeta Thomas Stearns Eliot, aprendo “La terra desolata” (The waste land) ci indica nella crudeltà di aprile un’altra mescolanza: quella dei ricordi coi desideri.

Ancora. Poco prima di morire David Maria Turoldo, poeta immenso e predicatore insuperato, scriverà:
“Essere nuovi come la luce a ogni alba
come il volo degli uccelli
e le gocce di rugiada:
come il volto dell’uomo
come gli occhi dei fanciulli
come l’acqua delle fonti:

vedere
la creazione emergere
dalla notte!

(…)”

Sono, queste appena proposte, due diverse figure di un distacco compiuto, subito occupato da una ricollocazione poetica del rapporto con sé, con l’altro, con il mondo, col tempo, con la vita: se mai con Dio.

Vorrei chiudere questa breve testimonianza preliminare sul concetto del distacco, con un’osservazione di base che fino ad ora ho trascurato di menzionare, pur avendola ben chiara in mente. Il distacco è un concetto che propone la figura compiuta dell’allontanamento, in vista di un nuovo distinguo. In certo senso la riproposizione di un vuoto ulteriore, nuovo, inedito. Ora, l’allontanamento (premonizione del lutto e rievocazione della nascita) e il vuoto sono due paure originarie, autentiche, universali con cui ogni umano sarà chiamato a fare i propri conti (quelli che non tornano mai una volta per tutte, per intenderci).
Voglio dire che affrontare da maturi (ma siamo mai in condizione di dirci maturi?) il tema del distacco, per quanto le nostre pennellate evocative possano e sappiano tingere di esotico, di appetibile anche dal punto di vista turistico, gastronomico, etnico, religioso, il quadro che andremo dipingendo, ad un certo punto la voce del grillo parlante, la coscienza, la chiarezza o il nero corvo che passeggia con Totò e Ninetto in “Uccellacci e uccellini”, ci interrogheranno e saremo portati a considerare con un respiro di comprensione la nostra paura, il nostro occulto dolore.

C’è un distacco subìto ed uno agito. Un distacco sano ed uno malsano. Non dimentichiamo che una delle figure più potenti dell’amore è il simbolo dell’unione. Unire e distaccare possono essere verbi che esprimono azioni contrarie. Amore va con unione. Un’unione fertile, che conduce ad una compenetrazione che produrrà un altro che venendo alla luce si distaccherà poi…
Chiamiamo questo amore, e natura, al di là di ogni tentazione romantica. Il nascere è quindi la forma originaria del distacco. La consapevolezza dell’essere nati (memoria vivente) e del morire (altro distacco) ci fa potenzialmente esseri umani coscienti. Coloro che non cessano, fin da prima del sorgere di ogni alfabeto, di seppellire i loro simili, con segni, con riti, con simboli.
Affermiamo allora con certezza che la figura del distacco nell’esperienza umana vive come atto dinamico entro un movimento vivace. Non è di poco conto questa considerazione.
È talmente vera questa sensibilità dell’anima umana che la punizione che gli umani si infliggono a vicenda vede varie forme di distacco. Dal barbarico conflitto all’ultimo sangue, fino al carcere somministrato da un tribunale (detto appunto civile) che pare disciplinare e misurare secondo il diritto la figura del distacco come punizione commisurata ad un reato.
Lutto, separazione, perdita del lavoro, trasloco. Sono queste le principali cause di stress note alla psicologia e alla sociologia, oggi. Possiamo vedere che sono tutte forme di distacco traumatico.
Qualcuno scrisse che l’essere umano è destinato alla propria realizzazione, e dove non vi fosse giunto con amore vi sarebbe stato condotto dal dolore.

Io non so se le cose stiano davvero così. Certo credo fermamente che dedicarsi a quotidiani esercizi di distacco dalle proprie abitudini mentali, dalle opinioni (lo ripeto), da tutto quello che generalmente si mette in moto automaticamente in noi e ci incanala nel già noto e consueto… Tutto ciò che poi, in definitiva, ci fa venire desiderio di metterci in viaggio, o ciò che stimola per contrasto l’immaginazione… Ecco: se volontariamente iniziassimo a dedicarci con metodo a questi esercizi di distacco, forse entreremmo in contatto con parti di noi stessi che trascuriamo da tempo.
Accetto anche l’ipotesi di dimenticare, nel distaccarmi: perché no?
Per alcuni minuti, anche solo dieci, mi distacco e mi dimentico: apro gli occhi sull’ipotesi della mia nascita, adesso. Perché no? Chi me lo impedisce? Chi ha dunque paura in me stesso della mia stessa intelligenza all’opera? Ho paura dunque di lasciare che il pensiero pensi senza un pensatore al comando?
Ecco, in una disciplina interiore del distacco, amici miei, si cela forse il segreto di una potenza interiore reale, che non abbiamo ancora voluto o saputo toccare e sentire in tutte le sue potenzialità.

Ricordo quindi, in chiusura, quando Nelson Mandela, esortando il suo popolo, una volta restituito alla vita da libero dopo 27 anni di carcere, prese a prestito le parole da una scrittrice americana (appunto la già citata Marianne Williamson) e ci ricordò:

“La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è quella di avere un enorme potere. È la nostra luce, non la nostra oscurità, che ci spaventa di più. (…)”

È certo che una simile visione della propria natura dipende da una profonda ed autentica meditazione, da una disciplina interiore del distacco: ciò che ci porta a vedere con occhi nuovi, come scrive il poeta David Maria Turoldo.
Per questo motivo non propongo qui una mia poesia da apprezzare considerando il concetto del distacco. Non ha senso. Credo di fare meglio se riesco non a convincere, ma a far sorgere un dubbio concettuale ad ogni lettrice o lettore proprio circa le cose che più siamo convinti di conoscere. È lì che ci attende quel distacco (dalle nostre precomprensioni o dai nostri pregiudizi) e che ci potremo accorgere che, anche se crediamo di conoscerla letteralmente a memoria, quella certa poesia, o anche il volto di un figlio, potrà ancora regalarci emozioni inedite e profonde, proprio quando capiremo che la novità sta nel nostro diverso e libero modo di posare lo sguardo. Col giusto palpitante distacco. Nessuno può decidere di provare a comando un’emozione profonda. Ma ciascuno può decidere di indirizzare il pensiero in una direzione piuttosto che in un’altra. Vedrete che prima o poi pioverà. Sono convinto che il distacco, inteso nel senso responsabile che credo di avere proposto in diversa maniera in queste poche pagine, sia la chiave autentica e diretta di una quantità infinita di cose che non stanno funzionando a dovere. Ad ognuno la sua propria buona manutenzione.

             

Daniele Pezzoli, "Le torbiere del Sebino" - in apertura "Possa chi porta un fiore questa notte avere la luce della luna"
Daniele Pezzoli, “Le torbiere del Sebino” – in apertura “Possa chi porta un fiore questa notte avere la luce della luna”

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